G.B.M., ovvero Giovanni Battista Maroni (1750-1816 ca.)

Erano anni che tentavo inutilmente di scoprire, nelle mie ricerche attorno a Giuseppe Maggiolini, chi si celasse dietro il monogramma G.B.M. col quale sono firmati un buon numero di mobili intarsiati, certamente milanesi, raramente eccelsi, risalenti agli ultimi anni del Settecento. Per un certo periodo avevo pensato si trattasse di  Gaspare Bassani, ebanista milanese di cui è noto un bel tavolo da gioco finemente intarsiato, firmato e datato 1789, già presso la Rocca di Soragna. “Gaspare Bassani Milano” pensai potesse essere un’ipotesi verosimile: Giuseppe Maggiolini nel 1772 firmò la scrivania inviata all’imperatrice Maria Teresa, oggi  Vienna, con il monogramma G.M.P (ossia Giuseppe Maggiolini Parabiago). Ma più il corpus delle opere siglate G.B.M nel mio archivio con gli anni cresceva, meno probabile mi pareva quell’ipotesi.

Giovanni Battista Maroni, tavolino da lavoro, siglato G.B.M., 1800 ca. Firenze, già collezione Incisa della Rocchetta

Già nel 1982, nel lungo saggio Avvio allo studio del mobile italiano[1], Alvar Gonzàlez-Palacios segnalò il caso del monogrammista G.B.M. “di cui si conoscono almeno due lavori, uno dei quali data al 1799”[2]. Si riferiva a una commode e a un piccolo tavolo da lavoro, già a Firenze in collezione Incisa della Rocchetta, e proveniente dalla famiglia Casati di Milano; opera “quasi certamente di un lombardo, ben edotto nell’arte del Maggiolini”[3]. Un mobile certamente riconducibile a questo ebanista, ma ritenuto emiliano con “decorazioni che dipendono dall’arte lombarda”, era stato pubblicato nel 1972 da Luisa Bandera ne Il mobile emiliano[4]. Qualche mobile, pur senza la sigla consueta ma per caratteristiche stilistiche certamente lavoro del misterioso ebanista, era stato prima ancora pubblicato da Giuseppe Morazzoni come opera della “bottega di Giuseppe Maggiolini” [5]. Sotto questa definizione il pioniere della storia delle arti decorative italiane raccolse quei mobili intarsiati neoclassici milanesi che, per la loro non eccelsa qualità, sarebbero stati frutto del lavoro di collaboratori di Giuseppe Maggiolini all’interno della bottega di Parabiago. In questo, va detto, Morazzoni non aveva capito che l’organizzazione della bottega di Parabiago non permise mai di licenziare opere di qualità inferiore allo standard imposto dal maestro.

Bisognerà attendere il 1993 per vedere riuniti, sempre da Alvar Gonzàlez-Palacios, il primo consistente gruppo di otto opere (tutte siglate) di questo misterioso ebanista[6]. Anche chi scrive nel 2005[7] raccolse un piccolo gruppo di arredi, nessuno dei quali siglato ma su base stilistica riconducibili con sicurezza all’ignoto monogrammista, dimostrando come questi abbia utilizzato per le tarsie precisi modelli già impiegati da Giuseppe Maggiolini nelle opere eseguite nel corso degli anni Settanta. G.B.M produsse perlopiù mobili convenzionali e ripetitivi, di scarso valore artistico e di qualità esecutiva assai inferiore alle opere di salda autografia maggioliniana, che dovettero tuttavia apparire, nella Milano del tempo, arredi di tutto rispetto che gli garantirono per anni numerosissime commesse.

Giovanni Battista Maroni, Firma autografa su una commode, 1797.        Collezione privata

Chiarisce questo annoso mistero il fortunato ritrovamento, in una collezione privata, di un finimento comprendente due commodes, due comodini e un tavolino. Su una delle due commodes compare la consueta sigla e la data 1797; ma sulla seconda, con grande sorpresa, finalmente ecco la firma per esteso: “Io Giovanni Battista Maronus fece”. Latino a parte ecco il nome del misterioso ebanista: Giovanni Battista Maroni. Va detto che il cognome non è nuovo agli studi della storia del mobile milanese: l’iscrizione “Giuseppe Maroni / 1790 / Milano”, compare infatti su un tavolo scrittoio, anni or sono sul mercato antiquario, che ebbi modo di pubblicare nel 2005[8] assieme a quelli siglati G.B.M. Ma chi fu il Giovanni Battista Maroni che nel 1797 firmò la commode recentemente ritrovata, che eseguì i mobili siglati e il numeroso corpus di quelli senza sigla?  La ricerca presso l’Archivio storico civico del Comune di Milano, condotta con pazienza da Alessandro Wegher, fornisce una risposta a questo interrogativo. Si tratta del figlio di Carlo Giuseppe, falegname con bottega a Milano, noto oggi solo per quel tavolo firmato e datato che presenta qualche affinità, come avevo notato nel 2005, con la produzione di quello che oggi scopriamo essere il figlio. Carlo Giuseppe Maroni, di cui non si è riusciti a stabilire le date di nascita e di morte – ma che dovette presumibilmente nascere verso il 1730 – è il capostipite di questa dinastia di falegnami ed ebanisti milanesi attivi con una bottega prima nella parrocchia di Santo Stefano e poi in quella di San Fedele. Nel 1750 quando nasce il figlio Giovanni Battista, destinato a diventare il misterioso G.B.M. Questi avrà due figli; al primogenito, nato il 10 agosto 1780, fu dato lo stesso nome del padre Giovanni Battista junior; un secondo figlio, di nome Natale, nacque nel novembre 1781. Non sappiamo la data di morte di Giovanni Battista senior che dovrebbe tuttavia collocarsi con una certa approssimazione verso il 1816. Sappiamo invece con certezza che suo figlio Giovanni Battista junior –  anch’egli ricordato nei documenti come ebanista[9] – morirà nel corso dei moti rivoluzionari delle Cinque giornate del 1848. Il suo nome è inciso anche nella lapide del monumento dell’omonima piazza milanese. Nessun’altra notizia sulla famiglia e sull’attività di falegnami/ebanisti dei Maroni è emersa da altri fondi archivistici come per esempio il Fondo Commercio dell’Archivio di Stato di Milano anch’esso indagato da Alessandro Wegher.

Ciò che era parso da subito evidente già ad Alvar Gonzàlez-Palacios era che “G.B.M. conobbe certamente l’opera del Maggiolini”[10]. I ritrovamenti successivi di mobili siglati o a lui attribuibili su base stilistica confermavano l’ipotesi e addirittura testimoniavano in modo inequivocabile come egli fu, almeno per un certo periodo, in diretto contatto con la bottega di Giuseppe Maggiolini: un lavorante, forse un apprendista. Non mancano infatti nei suoi mobili tarsie tratte da disegni, soprattutto di Giuseppe Levati, ancora oggi conservati nel Fondo dei disegni della bottega Maggiolini presso il Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano[11]. Dai repertori d’ornato maggioliniani Giovanni Battista Maroni derivò anche una vasta scelta di temi ornamentali minori (fregi, cornici, bordure, candelabre) ricorrenti nella sua produzione. L’elenco delle possibilità di riscontro è, mobile per mobile, numeroso e non mette conto elencarle qui tutte – lo si è già fatto in parte nel già ricordato contributo del 2005. Quello che invece va sottolineato è il fatto che i disegni maggioliniani che egli utilizza per i propri mobili presentano un dato comune: furono impiegati da Maggiolini in mobili databili nel corso degli anni Settanta. Questo dovette essere il periodo in cui Giovanni Battista, che oggi sappiamo nato nel 1750, doveva trovarsi nella bottega di Parabiago prima di ritornare a Milano in quella paterna. Purtroppo non si possono avere certezze in merito essendo andato perduto l’archivio della bottega Maggiolini.

Si tratta del medesimo percorso di formazione compiuto, qualche hanno più tardi, da Giovanni Maffezzoli, ricordato anche da don Mezzanzanica nella sua biografia di Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini Genio e lavoro[12] e confermato da più recenti ricerche[13]: entrato in bottega quindicenne vi rimase per un periodo prima di rientrare a Cremona e dare il via, presso il laboratorio paterno, a una produzione di mobili neoclassici intarsiati, invero piuttosto modesta, in cui ricorrono numerosi modelli maggioliniani[14]. Anche il figlio del falegname milanese Carlo Giuseppe Maroni dovete giungere a Parabiago in giovane età per specializzarsi nel lavoro di intarsiatore rimanendovi almeno sino alla fine della settima decade. Questa crescita professionale è testimoniata anche dal fatto che nei documenti d’archivio ritrovati, a differenza del padre, egli è sempre definito “ebanista”. Il ruolo che Giuseppe Maggiolini ebbe nella formazione di numerosi falegnami ed ebanisti è testimoniato da una supplica del 1788 indirizzata al consiglio direttivo della Società Patriottica milanese redatta da Cesare Beccaria: “Maggiolini Giuseppe Implora qualche superiore contemplazione per l’arte d’intarsiatore che esercita da trent’anni a questa parte con vantaggio della Società tanto per la Scuola da lui tenuta a venti e più persone, come per l’introito del denaro delle commissioni eseguite per fuori Stato”.  Una delle persone che si erano formate alla “scuola” del Maggiolini, oggi possiamo esserne ragionevolmente certi, fu Giovanni Battista Maroni senior.

Giovanni Battista Maroni (attribuita a), commode, ante 1797. Ajaccio, Maison Bonaparte

Tra le fotografie che conservo delle opere del misterioso monogrammista milanese, vi sono quelle di un gruppo di quattro mobili intarsiati lombardi neoclassici conservati presso la Maison Bonaparte di Ajaccio. La qualità degli intarsi, i materiali impiegati, il ricorrere dei medesimi repertori ornamentali (anche quelli minuti), mi hanno sempre fatto pensare che queste opere andassero ricondotte proprio a G.B.M. Si tratta di tre commodes – due in pandant – e un secrétaire decorati da intarsi lignei e incastonature di piccole formelle di marmi antichi. Tutte le commodes portavano nella facciata, inserite nel frontale del cassetto centrale, dei dipinti su alabastro – purtroppo uno di quelli della coppia è andato perduto. Opere seicentesche rappresentanti Il ratto di Proserpina e Venere e Adone sulle quali, a causa del loro cattivo stato di conservazione, è difficile dare un giudizio critico. Questi mobili, assieme a un quinto di cui si dirà oltre, furono acquistati da Joseph Fesch a Milano entro il Natale del 1797. Lo apprendiamo da una lettera, conservata presso il Fondo Del Gallo Roccatagliata al Museo Napoleonico di Roma, datata “13 frimajio Anno 6” (3 dicembre 1797) che lo zio di Napoleone spedì da Milano, dove era commissario agli approvvigionamenti dell’esercito francese al seguito del nipote, alla sorella Letizia[15]. Nella missiva avverte dell’arrivo, tramite lo spedizioniere Duranti di Genova, di un gruppo di mobili, marmi, camini comprati a Milano e destinati alla casa di famiglia di Ajaccio. Oltre ai mobili Fesch spedisce ventuno lastre “di pietre fini, alabastri, verdi antichi, graniti orientali, negri, etc.”; tre camini “finissimi e grandi di alabastro di Busca” che ha fatto venire da Torino, capitale del regno sabaudo, dove vi erano botteghe specializzate nella lavorazione di questo marmo proveniente dalle cave del cuneese.

Giovanni Battista Maroni (attribuita a), commode, ante 1797. Ajaccio, Maison Bonaparte

Si tratta di mobili davvero particolari, che non hanno eguali nella produzione italiana di arredi dell’ultimo quarto del Settecento. Coniugano il mobile intarsiato alla maniera di Maggiolini con incastonature di pietre antiche, o presunte tali, di gusto antiquario: porfido serpentino nero, porfido rosso antico, diaspri, pietre paesine, lapislazzuli e altre di difficile identificazione. Chi immaginò simili arredi doveva avere in mente qualcuno di quei preziosi mobili che approntarono gli artigiani italiani a partire dal secondo Cinquecento. Cose simili, ad esempio, alla poltrona che compare nel Ritratto di giovane di Alessandro Allori (1535-1607) all’Ashmolean di Oxford, decorata con incastonature di formelle di marmo verde antico. A quest’epoca risalgono i primi mobili di cui si ha memoria decorati da pietre. Capita di trovarne traccia negli inventari: scatole, studioli. In un inventario dei mobili che lo “scrittorista” tedesco attivo a Napoli Ludovico Menhard lascia alla sua morte in bottega nel 1575, sono ricordati alcuni studioli con “pietre di marmore incastrate”[16]. Di oltre cent’anni più tardo è lo stipo in ebano, reso noto da Alvar Gonzàlez-Palacios, con cassetti decorati da diaspri, agate e lapislazzuli[17].  Collezionisti d’arte ed eruditi amarono questo genere di arredi, naturalisti raccolsero collezioni di pietre antiche, campionari di mineralogia per le loro Wunderkammer; è il caso del Museo cartaceo di Cassiano dal Pozzo oggi alla Royal Library di Windsor Castle.

Da queste opere derivarono, nel corso del XVIII Secolo, mobili decorati o completamente rivestiti di marmi antichi. I capolavori di questo genere di preziosità sono l’angoliera napoletana con incastonature di diaspro e legni fossili, anch’essa resa nota da Alval Gonzàlez-Palacios[18] e i due tavoli romani rivestiti in marmo verde antico che il I Marchese di Buckingham comprò a Roma nel 1774, ora alla Wallace Collection di Londra. Bizzarre variazioni sul genere furono poi gli arredi siciliani per il principe di Palagonia[19], in cui le pietre diventano verres églomisé con fantasie litiche. Stravaganze che non mancarono di affascinare Goethe il quale, dopo aver “ordinato campioni di pietre sia tenere che dure” ai “politori di pietre” palermitani, ricorda anche le “agate ottenute applicando colori laccati sul rovescio di sottili lastre di vetro” di palazzo Palagonia come un “accorgimento che merita di essere imitato”[20].

Sebbene i mobili alla Maison Bonaparte non rientrano nel novero di questi preziosi capolavori, si tratta pur sempre di mobili davvero particolari, addirittura eruditi nel rifarsi alle migliori espressioni dell’ebanisteria italiana tra Manierismo e Barocco. Difficile pensare che si tratti di invenzioni dello stesso Maroni: ebanista diligente ma provinciale, non brillante nell’invenzione di forme e motivi decorativi, ancora meno dotato di un gusto erudito.

Giovanni Battista Maroni (attribuita a), commode, ante 1797. Ajaccio, Maison Bonaparte

E’ il quinto mobile, parte del gruppo spedito da Fesch ad Ajaccio, che finalmente interpretato correttamente contribuisce a chiudere il cerchio attorno a questa per me annosa questione irrisolta dei mobili milanesi alla Maison Bonaparte. L’opera non rientrava nella mia cartella di lavoro sull’ignoto G.B.M. perché da tempo era già stata attribuita da Enrico Colle a Giuseppe Maggiolini[21] in virtù della perfetta corrispondenza con un progetto di commode messo a punto per l’ebanista delle Loro Altezze Reali da Agostino Gerli ancora oggi conservato nel Fondo dei disegni della bottega presso le Raccolte artistiche del Comune di Milano. Fatto salvo questo fatto non indifferente il mobile, con ogni evidenza, non presenta la medesima qualità delle opere di Giuseppe Maggiolini: il ductus dell’intarsio è ingenuo, a tratti il lavoro del traforo è grossolano, i legni non hanno la qualità di quelli impiegati nella bottega di Parabiago. Pur con qualche dubbio anch’io pubblicai nel 2010 il mobile accettando l’attribuzione di Colle all’officina Maggiolini e imputando le debolezze dell’opera al cattivo stato di conservazione[22]. Non riuscivo infatti a spiegarmi diversamente la perfetta aderenza in ogni minimo dettaglio del mobile al disegno di Gerli.

Recentemente è però riemersa da una collezione privata la coppia di commodes che Maggiolini eseguì, seguendo il disegno di Gerli, per un esponente della famiglia milanese Carpani in anni di poco precedenti il 1777. Oltre alla perfetta aderenza al progetto, spicca la raffinatezza esecutiva dell’intarsio, della profilatura e la squillante tavolozza di scelti legni. Con ogni evidenza la commode di Ajaccio, anche al netto dello stato di conservazione, è dunque il lavoro di un abile imitatore che poté disporre di disegni e modelli sufficientemente precisi da permettergli di approntare una copia perfetta in ogni minimo dettaglio.

La nostra piccola storia sembra dunque complicarsi con la comparsa sulla scena di un altro ebanista, del tutto ignoto, attivo alla maniera di Maggiolini. Per quanto è dato oggi di sapere dell’artigianato artistico milanese dell’ultimo Settecento, sono però scarsissime le possibilità che a Milano vi fosse un altro ebanista, oltre a Maroni, in grado di poter eseguire il mobile in questione. Questo mi ha costretto a riguardare più attentamente l’opera. Sotto questa nuova luce sono apparsi chiari numerosi punti di contatto, che riguardano il ductus degli intarsi, la qualità della profilatura così come quella dei materiali impiegati, con le opere certe di G.B.M alias Giovanni Battista Maroni. Siccome però non risulta egli abbia mai realizzato copie perfette in tutto e per tutto di opere di quello che dovette essere il suo maestro, l’ipotesi, ancorché non campata per aria, è bene rimanga tale; tanto più ché il mobile è risultato ingannatore già una volta.

Quello che invece ritengo certo è che chiunque ne fu l’esecutore dovette avere un legame diretto con Agostino Gerli il quale a Milano gestiva, tra le molteplici attività, anche un laboratorio di decorazione e spesso affidava ad artigiani di fiducia, con modalità imprenditoriali apprese nel corso dei suoi anni parigini a fianco di Honoré Guibert nei lavori di decorazione del Petit Trianon[23], la realizzazione di mobili su suo disegno[24]. Questa fu del resto la modalità anche della sua collaborazione con Giuseppe Maggiolini e l’iscrizione “Gerli inventò Maggiolini eseguì” sul disegno relativo alle commodes eseguite da Maggiolini “per Carpani” è oltremodo chiara: quella che oggi chiamiamo la proprietà intellettuale dell’opera, spetta a Gerli. Non possiamo dunque nemmeno escludere che fu Gerli stesso a commissionare un nuovo allestimento di un mobile di sua invenzione a un ebanista di sua fiducia ma non abile come Giuseppe Maggiolini.

Sono altrettanto convinto che ad Agostino Gerli spetti, per ragioni stilistiche, l’invenzione dell’intero gruppo di mobili intarsiati secondo repertori ornamentali neoclassici, arricchiti di incastonature di pietre antiche e dipinti su onice che Joseph Fesch comprò a Milano nell’autunno del 1797. Mobili perfettamente intonati alle decorazioni che egli realizzò per la villa del Marchese Cusani a Desio, descritti nel suo Discorso intorno all’intonacatura de’muri ed all’antico modo di dipingere de’ greci e de’ romani detto all’encausto[25].  Sembra adattarsi alla perfezione ai nostri mobili quanto egli scrive a questo proposito:

Lo stuccare e l’intagliare che cosa sono, se non maniere d’ornamento destinate a formare, e fregiare nicchi, incassature, contorni di pezzi di Arti migliori, quali sono dipinture, le scolture, i bassi-rilievi istoriati?[26]

Vi è infine un ultimo fatto che lega questi singolari arredi all’opera di Gerli. Egli era sicuramente il designer – questo fu Gerli per dirlo con una parola odierna – che più facilmente poteva disporre a Milano in quegli anni di tutti quei frammenti di pietre antiche di gusto archeologico impiegate in questi mobili. Recenti ricerche di Silvio Mara hanno infatti posto in luce la sua attività di antiquario specializzato nel commercio di reperti archeologici e la sua rete commerciale con l’ambiente antiquario romano[27].

 

Note:

[1] A.Gonzàlez-Palacios, Avvio allo studio del mobile italiano. In: Storia dell’Arte italiana, Torino, 1982, Parte III, Vol.IV, p.587 e sgg.  [2] A. Gonzàlez-Palacios, Op.cit., 1982, p. 603  [3] Ibidem  [4] L. Bandera, Il mobile emiliano, Milano, 1972, p. 182  [5] G.Morazzoni, Il mobile intarsiato di Giuseppe Maggiolini, Milano, 1953  [6] A.Gonzàlez-Palacios, Milano, 1797: G.B.M., in: Il gusto dei principi, Milano, 1993, Vol. I, p. 345 e sgg., Vol II, figg. 609-622  [7] G.Beretti, Laboratorio, Milano, 2005, p. 92 e sgg.  [8] G.Beretti, Op.cit., 2005, p. 115 e sgg.  [9] Milano, Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana, Ruolo Generale della Popolazione, 1811  [10] A.Gonzàlez-Palacios, Op.cit., 1982, p. 603  [11] G.Beretti, A. Gonzàlez-Palacios, Giuseppe Maggiolini Catalogo ragionato dei disegni, Milano, 2014  [12] G.A. Mezzanzanica, Genio e Lavoro, Biografie e breve storia delle principali opere dei celebri intarsiatori Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini di Parabiago, Milano, 1878, pp. 103 e sgg.  [13] R. Arcari, Giovanni Maffezzoli celebre intarsiatore cremonese, tesi di laurea magistrale in Storia e critica dell’Arte, Prof. G. Beretti e P. Rusconi, Università degli Studi di Milano, a.a. 2015-2016  [14] L.Bandera, Giovanni Maffezzoli intarsiatore cremonese. In: “Antichità viva”, nn.7-8, settembre-ottobre 1964, p. 8 e sgg.  [15] J.-M.Olivesi, Destins d’objets, douze objets témoins du destin des Bonapartes, Parigi, 2014, p. 24 e sg.  [16] Archivio di Stato di Napoli, Notai del Cinquecento, notaio Marco Antonio de Vivo, scheda 265, prot.4  [17] A. Gonzalez.Palacios, Il tempio del gusto, 1984, Vol. I, p. 93, Tav.XII  [18] A. Gonzàlez-Palacios, Op.cit., 1984, Vol. I, p. 357 e sgg; Vol.II, fig. 589  [19] A. Gonzàlez-Palacios, Op.cit, 1984, Vol.I, p. 383 e sgg., Vol. II, figg. 629, 632, 633  [20] J.W. Goethe, Viaggio in Italia,    p. 280 e sgg.  [21] E. Colle, Le arti decorative, in: Milano neoclassica (a cura di F.Mazzocca, A. Morandotti, E. Colle), Milano, 2001, p.581 e sg.  [22] G.Beretti, Il mobile dei Lumi. Milano nell’età di Giuseppe Maggiolini, Milano, 2010, p. 156  [23] E. Baccheschi, Un decoratore italiano “Compagnon sculpteur” di Honoré Guibert: disegni di Agostino Gerli. In: “Antologia di belle arti”, nn.35-38, 1990, p. 82 e sgg  [24] Su questo argomento si veda: G. Beretti, La magnificenza del Banchiere, Milano, 2005, p. 26 e sgg.  [25] A.Gerli, Opuscoli, Parma 1786, p. 48 e sgg.[26] A.Gerli, Op.cit., p. 65  [27] Sull’argomento Gerli commerciante di antichità tra Roma, Milano e Cremona si veda: S.Mara, Le vie di un geniale artista-mercante: Agostino gerli e le committenze per Sigismondo Ala Ponzone e Carlo Camillo Carcano, Milano, premio Giovanni Testori, 2015

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