Giuseppe Maggiolini: una commode al sorgere dell’Ottocento

La caduta del governo asburgico sulla Lombardia nel maggio del 1796 diede il via, per la bottega di Giuseppe Maggiolini, ad un lungo periodo di difficoltà. Il venir meno delle commesse arciducali fu seguito a ruota dalla perdita dei principali committenti privati che, a causa dalla situazione di guerra in cui la Lombardia si trovò proiettata, delle pesanti tassazioni imposte da Napoleone, non commissionarono più i preziosi mobili al celeberrimo intarsiatore. Maggiolini capì ben presto come una felice stagione creativa e produttiva si era irrimediabilmente chiusa. Una sua lettera indirizzata a Paolo Andreani nel giugno del 1799[1] ben testimonia questa situazione. Apprendiamo come anche i clienti abituali della bottega sono spesso in grande ritardo nel pagamento dei conti. Con il garbo dovuto Maggiolini cerca di ottenere quei pagamenti consegnando, anche se un in ritardo a causa di una riduzione dell’organico della bottega, le commesse rimaste nella speranza che i tempi prima o poi migliorino. Miglioreranno solo dopo il 1804 quando Milano si preparerà per essere capitale del regno d’Italia e Maggiolini otterrà alcune commesse importanti nonostante il gusto fosse, nel frattempo, mutato in direzione del marziale stile Impero. Sono piuttosto rare le opere oggi note eseguite tra il 1796 e il 1803. Anche i disegni nel Fondo riconducibile alle commesse di questi anni non sono più di una cinquantina.

Giuseppe Levati

Giuseppe Levati (attribuito a) Anfora con girale. Grafite e penna acquerellata su carta bianca. Milano, Gabinetto dei disegni delle Civiche Raccolte d’Arte, Fondo Maggiolini, Inv. C 305

La commode di cui si scrive, assai ben documentata nel Fondo dei disegni di Bottega, rappresenta una delle opere eseguite a Parabiago in questi anni di pesante crisi economica. Un foglio con anfora e girale d’acanto in una riserva ottagonale in relazione con gli intarsi dei fianchi del nostro mobile, reca date che vanno dall’ottobre 1800 all’agosto 1804. Evidentemente il disegno, nel ductus prossimo al fare di Giuseppe Levati, fu impiegato per tre differenti commodes. Il primo appunto di pugno di Giuseppe Maggiolini reca la data 22 ottobre 1800 e ricorda come il disegno è stato impiegato per i Fianchi del “comò Galardi”, per i fianchi di un secondo comò per un tal Luigi Castelli. Un altro appunto, però datato Agosto 1804, ricorda come il foglio sarà reimpiegato, qualche anno più tardi, per i fianchi di un terzo comò commissionato da “Visconti Ciceri”. Gli appunti maggiolini ani ci informano poi come lo stesso foglio viene anche impiegato nel luglio del 1803 e nell’ottobre del 1804 per le facciate di due coppie di comodini.   Dunque tra il novembre 1800 e l’agosto1804 Maggiolini esegue tre commodes sui cui fianchi compare il medesimo disegno. Uno di questi mobili è la commode di cui si scrive eseguita a Parabiago tra l’ottobre del 1800 e l’agosto del 1804. Il confronto tra il foglio e l’intarsio sui fianchi del nostro non lascia dubbi; il bouquet di fiori nel disegno non è proposto: Maggiolini lo compone liberamente impiegando l’ampio repertorio di fiori composto da decine di fogli con specimen floreali e anche stampe realizzate dal figlio Carlo Francesco ancora presenti nel Fondo[2].

Per l’intarsio dell’anta del fronte Maggiolini impiega, modificandolo e inserendo anche qui liberamente il bouquet di fiori nel vaso, un disegno datato ottobre 1801 (C 311). Studiato con precisione per quest’opera è invece il fregio del cassetto sottopiano, intarsiato in acero su fondo di mogano, che trova una precisa definizione grafica nel disegno C 232; le foglie di vite nelle riserve d’angolo dell’anta, intarsiate in acero su fondo di palissandro, sono puntualmente studiate nel foglio B 323.

Giuseppe Maggiolini comò

Giuseppe Maggiolini, commode intarsiata in legni vari. 1800 ca. Courtesy Di mano in mano

Le tarsie del fronte e dei fianchi sono stese su fondi di oscuro palissandro, materiale sconosciuto nella precedente produzione d’epoca arciducale che troviamo diffusamente impiegato nei mobili di questi anni. Gli intarsi in legni luminosi, cangianti, ricchi di tessere di acero tinto verde, spiccano ora con forza su questi fondi oscuri con venature violacee, nervose, che conferiscono alle tarsie maggioliniane una sensibilità del tutto nuova. Anche l’uso del legno di mogano, raramente impiegato nei mobili del periodo arciducale, compare in quelli di quest’epoca abbondante soprattutto nei fondi di fregi fulvo e cangiante come un velluto di seta. Non poteva essere altrimenti visto l’importanza che questo materiale va assumendo, anche a Milano, nel mobilio d’epoca napoleonica e che Maggiolini impiegherà come sfondo per le tarsie e i bronzi dei due “comò ricchi” eseguiti per Francesco Melzi d’Eril del 1804.

[1] G.Beretti, Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini. L’officina del Neoclassicismo, Milano, 1994, p. 146  [2] G.A. Mezzanzanica, Genio e lavoro, 1878, figg.1-7

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