Il “picciol cofanetto” Borromeo

Finora sconosciuto agli studi, questo mobile è definito da Giuseppe Maggiolini stesso in un appunto autografo sul disegno che lo riguarda – ancora conservato nel Fondo dei disegni di bottega (R.M. B 336) – “Picciol Cofanetto”. L’appunto ci informa anche che il committente fu un esponente della famiglia Borromeo, probabilmente quel Giberto che nel 1790 sposò Maria Elisabetta Cusani e che commissionò a Maggiolini anche il piccolo tavolo da lavoro, già in collezione Cattaneo di Proh, da tempo noto agli studi[1]. Il foglio in questione, così generoso di informazioni, rappresenta lo studio della decorazione del pannello dei fianchi, centrati da riserve tonde, e del racemo che compone l’incorniciatura di quella sul fronte.

cofanetto Borromeo MaggioliniNelle tre riserve circolari del mobile sono inseriti piccoli capricci con antichità: tripodi, cippi, vasi e obelischi. Invenzioni derivate dai d’aprés che Giuseppe Levati eseguì per Maggiolini di alcune tavole de Le antichità di Ercolano esposte pubblicate a Napoli tra il 1753 e il 1792. Fogli ancora conservati tra le carte del Fondo che Maggiolini impiegherà, nel corso degli anni, in infinite variazioni sul tema[2]. Sul fianco destro del nostro troviamo l’ara con vaso proposto nel disegno di cui si è detto, su quello sinistro un obelisco derivato dal foglio di Levati B 124; nella riserva del fronte il tripode fiammeggiante con ascia, tirsi e festoni dal foglio B 358. Il fregio sul cassetto frontale con l’intreccio di foglie d’acanto e d’ulivo, trova riscontro in un disegno (B 606) graficamente piuttosto modesto ma recante una delle rare firme certe di Maggiolini sui disegni del Fondo.

Non si conservano invece disegni per tutta la fittissima decorazione della parte superiore. Il piano è ornato da un’embricata incorniciatura di girali centrata da un rosone mentre sulle sottostanti fasce bombate – che celano un cassetto segreto – trova posto un fregio dal complicato motivo a meandro con cerchi centrati da rosoni. Nemmeno si conserva un progetto dell’architettura del mobile, un unicum ad oggi nell’opera dell’ebanista di Parabiago, per il quale è lecito immaginare fu approntato un progetto; nonostante il fondo comprenda quasi duemila disegni, molto di quanto accompagnò il lavoro quotidiano della bottega è andato perduto.

Il 1790, data del matrimonio del committente di quest’opera, ben si armonizza con il gusto, la ricchezza e la delicata luminosità delle tarsie delle opere di epoca arciducale che contraddistingue quest’opera. Del 1789 sono le commodes per la sposa Busca e dell’anno successivo il secrétaire che l’arciduca Ferdinando inviò come dono alla sorella Maria Amalia a Parma oggi alla palazzina di caccia di Stupinigi[3].

[1] G. Beretti 2005, p. 57 e sgg. [2] G. Beretti- A.Gonzàlez-Palacios 2014, p. 115  [3] G. Beretti 1994, p. 106 e sgg.

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