Un tavolino con l’allegoria dell’amore, della musica e della pittura

E’ la primavera del 1806 quando un nuovo cliente giunge nel laboratorio di Giuseppe Maggiolini a Parabiago. La prima commessa è una commode, oggi perduta, di cui rimane testimonianza in un foglio (R.M. B 582) nel Fondo dei disegni di bottega presso il Gabinetto dei disegni delle Raccolte d’Arte del Comune di Milano. Si tratta dello studio per la decorazione della tarsia di un fianco del mobile; Maggiolini vi appunta la data “Aprile 1806”. A luglio torna a ordinare un piccolo tavolo: un dono per la sua giovane sposa con un bellissimo trofeo al centro del piano che coniuga gli attributi allegorici dell’Amore con quelli della Musica e della Pittura. Si tratta dell’inedito tavolo di cui si scrive, recentemente riscoperto in una collezione privata. La signora dovette molto amare questo dono del marito che diventerà il suo tavolino da ricamo; lo impiegò a lungo come testimoniano i segni che i morsetti del puntaspilli e dell’arcolaio hanno lasciato sul fondo del mobile. Numerosi sono i disegni che Maggiolini dedica a questa piccola e raffinata opera. A settembre, forse una volta completato il tavolino, Maggiolini riceve dallo stesso cliente un altro ordine per due “sciffoni” (ossia due comodini) come testimonia un disegno con studi di fregi (R.M. B 714).

Ma cosa sappiamo del committente?  Di lui conosciamo solo il cognome: “Grassi”. Maggiolini lo appunta su alcuni dei disegni che riguardano queste commesse ma, come sempre, è avaro di altre informazioni che per noi sarebbero di un certo interesse. Possiamo ipotizzare si tratti di un ricco borghese, forse un avvocato – perché molti sono gli avvocati tra i clienti di Maggiolini in questi primi anni dell’Ottocento. Molto probabilmente è un personaggio in rapporto con la corte napoleonica milanese che in questi anni, dopo l’incoronazione di Napoleone Imperatore, dimostra di amare i mobili di colui che era stato l’intarsiatore dell’Arciduca Ferdinando. E’ il governo napoleonico in questi anni, come sempre i disegni e gli appunti su di essi testimoniano, ad assorbire quasi completamente le forze del laboratorio di Parabiago. La commessa più importante che aveva riportato in auge Maggiolini nella Milano napoleonica, dopo gli anni difficili tra 1796 e 1803, fu quella della coppia di commodes che Maggiolini eseguì nel 1804, su commissione del vicepresidente della Repubblica Cisalpina Francesco Melzi, per la camera da letto di Napoleone nel palazzo ora detto Imperiale di Milano. Ne seguirono numerose altre: grandi scrivanie ad uso ministeriale, serre-papier e, soprattutto, tavoli da gioco – molti conservati ancora oggi e ben documentati nei disegni di bottega.

Giuseppe Maggiolini, Parabiago, 1806. Tavolo con piano reversibile. Collezione privata

Veniamo dunque al piccolo e inedito tavolo di cui si scrive, eseguito nell’estate del 1806. Ha gambe tornite e scanalate, intarsiate appena sotto il pilastrino di raccordo alle fasce che celano un lungo cassetto che fuoriesce lateralmente. Dall’interno del vano del cassetto, un piccolo meccanismo segreto permette di sbloccare il piano reversibile e intarsiato su entrambe le facciate. Ad oggi, che io sappia, si tratta di un unicum nella produzione di Giuseppe Maggiolini.

Copia di bottega di un disegno di Giuseppe Levati, 1801. Trofeo con gli attributi dell’amore, della musica e della pittura. Grafite e penna acquerellata su carta bianca, mm. 169×354. Milano, Civiche Raccolte d’Arte, Fondo Maggiolini, Inv. B 393

Giuseppe Levati ?, 1806. Ramoscello con foglie di vite. Grafite e penna acquerellata su carta bianca, mm. 201×115. Milano, Civiche Raccolte d’Arte, Fondo Maggiolini, Inv. A 189

Il foglio che collega saldamente la nostra opera alle commesse del il signor Grassi, è il disegno che precisa la decorazione con tralcio di vite per le quattro riserve d’angolo del lato con il rosone al centro del piano (R.M. A 189). L’iscrizione lungo il margine, di pugno di Giuseppe Maggiolini, recita: “Tavolino Grassi 1806 Luglio”.  La corrispondenza tra il disegno e quanto Maggiolini ha intarsiato in legno d’acero su fondo di palissandro, è palmare e non lascia adito a dubbi sul fatto che il disegno sia stato messo a punto e impiegato proprio per l’intarsio del tavolo in questione. Più numerosi sono invece i fogli che presentano il complesso trofeo allegorico dell’Amore e delle Arti intarsiato nella mandorla al centro del lato più ricco del piano. L’idea originale di questo bellissimo tema spetta a Giuseppe Levati che lo mise a punto in un foglio acquerellato e firmato, forse ancora di epoca arciducale (R.M., B 156), di cui esiste un pendant (R.M., B 157). Il disegno che Maggiolini utilizza per il nostro tavolino è quello specificato nel foglio del 1801 per una “tavoletta Rosati” (R.M., B 393).

Giuseppe Maggiolini, Parabiago, 1806. Il verso del piano reversibile

Rispetto a quanto proposto da Levati spariscono le galle alle quali i due trofei erano appesi. Lo traduce, nel taglio come nella profilatura a bulino, con assoluta fedeltà anche ai numerosi dettagli. L’intarsio del trofeo in cui compaiono liuto, tamburello con campanelli, bastoni, pennelli, tavolozza, aste, la fiaccola e il fascio (a simboleggiare l’indissolubile unità del matrimonio), è reso da un intarsio raffinatissimo. Un vero e proprio “dipinto coi legni” con tessere di essenze lignee scelte con grande attenzione alla resa pittorica. L’insieme, intrecciato a verdi foglie d’ulivo, spicca per ricchezza e luminosità sul fondo di uno scurissimo palissandro che pare quasi ebano. Un altro disegno riguarda il fregio con cartelle, antemioni e fiori d’acanto intarsiato nelle due riserve oblunghe in acero sul medesimo fondo oscuro della mandorla. Il tema è presentato, con piccole variazioni rispetto a quanto realizzato, in un foglio di lavoro (R.M., B 619). Le quattro riserve con fiori in legni policromi su fondi di mogano che incorniciano la mandorla, sono composte, come era abitudine di Maggiolini, alla stregua di improvvisazioni virtuosistiche impiegando i fogli con specimen di fiori e foglie conservati ancora in gran numero tra le carte del fondo dei disegni. La finezza del lavoro d’intarsio, la luminosità dei legni, la delicatezza delle ombreggiature, assieme all’attenzione naturalistica per le numerose specie floreali, fanno di questi bouquets dei veri e propri pezzi di bravura. Va detto che questo lato del piano somma alla bellezza e alla ricchezza compositiva, uno stato di conservazione più unico che raro. Evidentemente rimasto a lungo protetto dalla luce che ossida e altera le cromie dei delicati legni policromi, è ancor oggi pienamente godibile la luminosità e la straordinaria finezza dei passaggi tonali che poterono apprezzare i suoi contemporanei. Qui si capisce bene la ragione per la quale i cronisti del tempo arrivarono a definire le sue tarsie vere e proprie “pitture coi legni”.

Un ultimo disegno riguarda il fregio con antemioni intarsiato sulle fasce sotto piano (R.M., A 442). Motivo ornamentale tratto dalla vascolare al tempo definita “etrusca”, nel 1806 è un tema di grande modernità destinato a diventare d’uso comune, grazie ai disegni che Pelagio Palagi consegnerà un ventennio più tardi a Gabriele Capello, per i mobili della corte torinese di Carlo Alberto. Anche il resto dei temi ornamentali degli intarsi non specificati negli studi ad-hoc di cui si è detto, come ad esempio il rosone incorniciato dai delicati racemi, la minuta bordura del ciglio del piano, le due piccole farfalle, gli intarsi sulle gambe e quelli sui pilastri d’angolo, trovano numerosi riscontri in disegni di bottega che Maggiolini impiegò combinandoli a proprio piacimento. Caratteristica dei mobili di questi anni è l’impiego di materiali nuovi e di moda. E qui troviamo ampie stesure di piallacci di mogano e di una qualità di palissandro scurissimo, adatto a far risaltare, come nelle tarsie del nostro mobile, la luminosità delle sue delicate tarsie ancora di gusto Louis XVI. Più raro il citronnier che qui Maggiolini impiega come fondo del fregio “di gusto etrusco” delle fasce.

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