Giuseppe Maggiolini. Un tavolo da gioco verso il 1784

Sono un numero quasi infinito i tavoli da gioco che Giuseppe Maggiolini eseguì nel corso della sua cinquantennale carriera. La maggior parte furono eseguiti negli anni del governo napoleonico tra il 1800 e il 1814 per il palazzo imperiale di Milano, per il Ridotto del teatro alla Scala, per la villa vicereale di Monza – e per quella Pisani a Stra dove ancora se ne conservano numerosi esemplari. Numerosi furono poi quelli eseguiti per i più aggiornati palazzi privati, necessari alla vita sociale della nobiltà milanese.

L’inedito tavolo di cui si scrive che compare nella vendita de Il Ponte  (25 ottobre 2016) dalla collezione di Wanda Galtrucco, non rientra nel novero dell’infinito numero; rappresenta piuttosto, allo stato degli studi, l’archetipo di questa tipologia la cui diffusione ottocentesca contribuirà, più di ogni altro mobile prodotto a Parabiago, al consolidamento del “brand” Maggiolini, destinato a durare a lungo, praticamente sino ai giorni nostri. Giuseppe Maggiolini eseguì quest’opera attorno alla metà degli anni Ottanta.

E’ il periodo più felice della carriera del celebre ebanista, appena insignito del titolo di Intarsiatore delle LL.AA.RR. (Loro Altezze Reali). Sono gli anni delle prestigiose commesse arciducali, dei donativi commissionati dall’Arciduca Ferdinando per per le corti di San Pietroburgo, Napoli, Modena, di quelle numerose per la nobiltà del ducato più ambiziosa e smaniosa di sfoggiare nei propri palazzi rinnovati secondo il nuovo gusto neoclassico le opere dell’ebanista di corte. Risalgono a questo periodo alcune delle più importanti opere eseguite in collaborazione col pittore Giuseppe Levati che gli fornì splendidi disegni di invenzioni ornamentali ancora conservati nel Fondo dei disegni di Bottega presso il Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano.Nel 1782 vede la luce il primo volume di Giocondo Albertolli Ornamenti diversi, uno dei più celebri repertori della decorazione neoclassica; nel 1786 è la volta degli Opuscoli di Agostino Gerli in cui si ricordano le opere del “celebre Signor Maggiolini le opere del quale si lasciano di gran lunga indietro le più commendate del Cinquecento”. Del 1784 è l’esecuzione da parte di Maggiolini di un capolavoro perduto: la commode per il marchese Domenico Serra, destinata al più bel palazzo neoclassico genovese il cui salone d’onore era stato decorato, nel 1773, su disegno dell’architetto parigino Charles de Wailly.

Giuseppe Maggiolini, Tavolo da gioco, 1784 ca. Courtesy Il Ponte casa d’aste, Milano

Il piano del tavolo alla figura precedente

E’ in questo clima che vide la luce il tavolo di cui si scrive. Sul piano, dominato da una stesura di bois de rose, poggiano otto riserve che fanno da cornice al tableau centrale in cui trova posto un composito trofeo di strumenti musicali. Le fasce, decorate da due riserve di bois de rose centrate da un rosone, celano un ampio vano al quale si accede sollevando il piano (al verso rivestito di panno verde). Le gambe tronco-piramidali sono esili, hanno spigoli smussati tanto da risultare di sezione ottagonale e sono decorate da risalti di bois de rose. Che si tratti di un mobile eseguito da Giuseppe Maggiolini con grande cura è dimostrato dalla corrispondenza tra le tarsie e alcuni disegni del Fondo dei disegni di bottega. Il fregio con girali affrontati e testina muliebre nelle riserve che contrappuntano i quattro lati del tableau centrale, fu messo a punto in un disegno (R.M., A 407).  Si tratta di una bella invenzione ornamentale sovrapponibile in modo palmare all’intarsio. Il secondo intarsio che trova riscontro in un disegno è la cornice del tableau. E’ ben studiata in un foglio (R.M., A 408) in relazione con il progetto della commode per il marchese Serra del 1784 dove ricompare, definito in ogni minimo dettaglio, nel grande cartone preparatorio di quell’opera (R.M., F 3). Anche il trionfo con strumenti musicali al centro del piano trova riscontro esatto in un disegno al tratto messo a punto, forse dallo stesso Maggiolini (R.M., B 368), impiegando elementi tratti da almeno due disegni di trofei di Giuseppe Levati. Lo spartito dalle pagine scompaginate, quasi accartocciate, è tratto dal disegno C 51; uno dei disegni più belli dell’intero Fondo consegnato da Levati all’ebanista attorno alla metà degli anni Ottanta e firmato per esteso. La lancia, il fagotto e la corona d’alloro derivano invece dal foglio C 61, anch’esso un trofeo firmato Giuseppe Levati. Il motivo ornamentale dei delfini con le code intrecciate intarsiato nelle riserve d’angolo è ricorrente nella produzione di tavoli, ben documentato nei disegni del Fondo; nessuno è però lo specimen per le tarsie del nostro tavolo.

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