Flaminio Boulanger falegname della cerchia di Michelangelo

E’ lecito ipotizzare che il giovane destinato a diventare uno dei migliori “faber lignarius” nella Roma del secondo Cinquecento provenga da Troyes, città della Champagne dove è ricordata una famiglia di artigiani con questo nome e dove Enryet Boulanger era, nel 1548, un famoso orafo e medaglista al servizio di Enrico II e Caterina de Medici.

La prima notizia certa di Flaminio risale al 1551 quando è a Roma e  viene pagato da Ippolito II d’Este per aver realizzato il soffitto intagliato della sala da pranzo del proprio palazzo di Monte Giordano. Dell’anno successivo è un pagamento relativo a un tabernacolo che Papa Giulio III dona alla chiesa di Santa Maria in Aracoeli su progetto di Girolamo da Carpi (1501-1556), artista anch’esso nell’orbita del cardinale Ippolito II. L’ipotesi che sia stato proprio il colto cardinale, in stretti rapporti con la corte francese, a favorire l’arrivo in Italia di Boulanger, è verosimile ma ad oggi non verificabile. Del 1560 è un documento che ricorda l’esecuzione da parte del nostro falegname di un altro tabernacolo per la chiesa di Santa Maria dell’Anima.

La prima grande commessa della sua carriera è certamente il soffitto di San Giovanni in Laterano per la cui esecuzione viene indetto un concorso che Boulanger vince presentando un dettagliato progetto.

Lavorerà a quest’opera per cinque anni, dal 1562 al 1567, con una ben collaudata bottega della quale fa parte anche il fiorentino Vico di Raffaele di Lazzaro – che morirà assieme a otto operai nel crollo di un ponteggio. Le decorazioni dei lacunari sono realizzate in cartapesta da Daniele da Volterra (1509-1566), stretto collaboratore di Michelangelo.

Nel 1565, un documento ci informa, ha bottega presso la chiesa Santa Maria dell’Anima. Il 26 agosto 1572 si impegna, entro un anno e mezzo, a realizzare la “sufficta de Aracoeli”. Scolpirà nel fregio intagli di rostri, delfini e draghi che alludono all’arme della famiglia Boncompagni alla quale appartiene papa Gregorio XIII; il tutto sarà dorato a partire dal 1574 da “Maestro Francesco Spagnolo”.

Nel 1573 è la volta del soffitto dell’oratorio del Santissimo Crocefisso in San Marcello, per volere di Tommaso de’ Cavalieri (1509-1587), intimo amico di Michelangelo, e grazie al sostegno economico del cardinale Alessandro Farnese.

Nel 1575, sempre grazie ad Alessandro Farnese, è chiamato a realizzare l’ancona dell’altare e il tabernacolo per la perduta chiesa di Santa chiara al Quirinale. La vicinanza, la confidenza, di Boulanger all’entourage del Cardinale è testimoniata anche da una lettera del maggio 1576 di Fulvio Orsini al Farnese nella quale “maestro Flaminio” è ricordato per aver realizzato la cassa d’imballaggio e aver personalmente curato la spedizione di una preziosa scultura antica in marmo destinata al Duca di Savoia.

Tra il 1578 e il 1579 lavora al grande stipo, a foggia di palazzo romano dalla possente architettura ad ordini sovrapposti e facciata centrata da un grande arco coronato dalle armi Farnese, progettato per accogliere le collezioni di antichità, bronzi e medaglie del cardinale (oggi al Musée National de la Renaissance di Ecouen).

Flaminio Boulanger, Stipo di Alessandro Farnese, 1578-1579. Ecouen, Musée National de la Reinassance

Rimane una traccia progettuale di quest’opera in due disegni. Il primo è un foglio di Giovanni Colonna da Tivoli conservato in un codice di disegni di architettura romani presso la Biblioteca Nacional di Espania  di Madrid (qui visibile in apertura). Assieme a schizzi di altari, cornici e decorazioni, compaiono studi del fronte di uno studiolo simile a quello di Ecouen accompagnati dalla scritta “flaminjo franzese”. Il secondo foglio, che rappresenta probabilmente una prima idea del mobile fernesiano, è conservato, assieme all’inventario della collezione Farnese redatto nel 1588 da Fulvio Orsini,  presso l’Archivio di Stato di Napoli.

Carlo Maderno, 15xx, Progetto di soffitto. Madrid, Biblioteca Nacional de Espania

Nel 1581 è la volta di un’altra grande impresa: il soffitto della sala degli Orazi e dei Curiazi in Campidoglio; perduto, si conserva la descrizione allegata al contratto in cui si specifica che al centro vi doveva essere un ottagono con “l’arme del Popolo romano” e che l’intera opera era eseguita “secondo il disegno dato per esso medesimo Flaminio”. Questi soffitti non dovevano essere poi molto diversi da quello che si vede in un disegno di Carlo Maderno  presso la Biblioteca Nacional de Espania di Madrid. Nello stesso anno si ha notizia dell’intaglio di un organo per la chiesa di Santa Maria in Trastevere; l’anno successivo è la volta di un altro organo destinato alla cappella Gregoriana della basilica di San Pietro.

Sono le ultime opere romane del maestro che, ormai anziano, è chiamato nel 1584 dall’Ordine dei Celestini dell’Aquila, feudo della moglie di Ottavio Farnese Margherita d’Austria, ad occuparsi dell’altare della basilica di Santa Maria in Collemaggio. Qui muore improvvisamente quello stesso anno. L’opera, oggi perduta, è terminata da un suo collaboratore, anch’esso francese di nome Guillielmus Poeyret, nel 1585. Secondo la minuziosa descrizione che ne fece verso il 1590 l’erudito locale Giovan Giuseppe Alfieri in un manoscritto oggi presso la Biblioteca Apostolica vaticana, l’altare era una grande macchina d’impianto architettonico retta da quattro colonne con capitelli d’ordine Corintio e arco trionfale, arricchita da bassorilievi “ove si veggono tutti i Misteri del Redentore del Mondo” e “a mezzo rilievo” un’Annunciazione e numerose figure di Santi. Particolarmente prezioso doveva essere il basamento “adornato di una bellissima pietra rossa che di bellezza non cede al diaspro orientale”.

Bibliografia:

G.Simone, “Di legname più eccellenti che fussero in Roma”: L’intagliatore Flaminio Boulanger e le maestranze attive nei suoi cantieri. In: Architettura e identità Locali (a cura di L.Corrain, F.P. Di Teodoro), Firenze, 2013, pp. 287-306.  A.Petraccia, Flaminio Boulanger “Gallo de Urbe” a L’Aquila nel 1584. In: “Studi Medievali e Moderni: arte letteratura storia”, N.29, fasc.1-2, Napoli, 2011, pp. 85-100

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