Agostino Fantastici (1782-1845): il miracolo di Siena

C’è nei migliori mobili di Agostino Fantastici,  non sono molti, e nei suoi pensieri per mobili fissati nelle carte di un modesto taccuino di una quarantina di pagine,  tutta la grazia dei pensieri sofisticati quando, in una conversazione, vengono espressi in un’altra lingua da quella natale, nemmeno molto ben parlata.  Non è questione di accento, ma dei giri su se stessi che a volte i pensieri fanno quando non calzano perfettamente alla lingua che li esprime, riservando significati più sottili, cortocircuiti di significato leggeri. Per essere chiari: egli pensò da architetto il mobile che in Italia,  fino a qualche decennio prima di lui, aveva parlato la lingua della scultura e, da poco, una nuova lingua creata dagli arredatori francesi da Agostino certamente ascoltata ma mai intesa compiutamente. Qualcosa di molto simile, forse di identico, fece un più famoso architetto tedesco anche lui alle prese col mobilio: Karl Friedrich Schinkel.  Ma Agostino non lo fece nella Berlino del Re di Prussia, gli toccò una sonnolenta cittadina che non molto era cambiata da quando era stata grande tra medioevo e rinascimento: Siena. I suoi committenti, quando dopo il 1809  era in città un giovane architetto appena rientrato da un soggiorno di formazione a Roma, furono blasonati di provincia, tra i quali spiccava qualche eccentrico erudito. Ritroviamo i loro nomi nel Taccuino: i Griffoli (di Luciniano in Valdichiana), il Barone Spannocchi, Giulio del Taia, Mario Bianchi Bandinelli, i Marchesi Bichi Ruspoli, i conti d’Elci,  i Malavolti, i Piccolomini, Piccolomini  Bandini, Piccolomini Clementini, Piccolomini d’Elci, Alessandro Saracini.  Anche coloro ai quali il nostro affidò i suoi pensieri per farne mobili furono falegnami con nessuna o una vaga idea di cosa fosse il mobile del loro tempo.

Successe poi che di questi mobili,  dettagli di arredamenti completi che Agostino inventava a latere dei suoi incarichi di architetto, spesso di poco conto, si perse rapidamente memoria. Finirono dimenticati nelle stanze polverose dei palazzi di quei signori;  inadeguati al confronto con quanto le ridondanti mode dell’arredamento portarono poco dopo nelle case dell’Italia postunitaria.  Nemmeno aiutò a mantenere vivo il ricordo il loro scarso valore intrinseco perché si trattava di cose fatte con legni, come il cipresso e il noce, di nessun valore, senza bronzi, qualche volta appena ornati da intagliati in legno dipinti a simulare il bronzo a patina verde. Per questa ragione non poco dovette finire, senza molti rimpianti, nei camini e nelle stufe.

La sua riscoperta la si deve al ritrovamento, nella Biblioteca comunale di Siena nel corso dei primi anni Ottanta del Novecento, del Taccuino, sul cui frontespizio Agostino, di suo pugno scrisse: “Lavori di falegname e Fabbro ideati e disegnati da me Agostino Fantastici”. Vi raccolse una sessantina di progetti, tutti accompagnati dal nome del committente e riconducibili in gran parte a commesse tra la metà del secondo decennio dell’Ottocento e la terza decade,  periodo al quale risale quello che Alvar Gonzàlez-Palacios, scrivendo di Agostino, definì “il miracolo di Siena”.  Fu Fausto Calderai a studiare il Taccuino,  ricercando quei mobili che vi sono tracciati, nelle case di Siena e nelle ville di campagna dove ancora gli eredi dei committenti li conservavano come cimeli blasé  e piacevolmente non esenti da qualche stravaganza.   Uno dei primi lavori documentati di Agostino disegnatore dell’arredo, data al 1825. Si tratta della piccola biblioteca  per il palazzo senese di Giulio del Taia, eseguita su suo disegno dall’ignoto falegname  che così scrisse sul retro di una scansia: “Venanzio figlio di Girolamo Girolamo Baroni Fallegname di Buon Convento fece il presente lavoro sotto la direzione del Sig.r Agostino Fantastici Ingenniere ordinario dell’Ill.mo Sig.r Giulio del Taja l’Anno 1825”. Le fotografie  di prima della sua dispersione ci mostrano un piccolo ambiente adatto ad una erudizione,  appagata ed elitaria, un po’ strampalata e per nulla accademica.  Deve sapere il lettore che Agostino, oltre ad essere architetto e arredatore, fu anche poeta. Compose alcuni scherzi poetici, farse satiriche, un poema eroicomico dal titolo I Pesti riconquistati, il romanzo  Il compare Matteo, ovvero le stravaganze dello spirito umano e, ormai anziano, la sua opera più impegnativa ed erudita: il  Vocabolario di architettura . Ci ha lasciato anche un autoritratto in versi, che val la pena di riportare:

Calva è la mia fronte ed olivastro il volto

Il naso ho lungo e tumide le labbia;

occhio, che par non gran difetti s’abbia,

Picciolo il mento di gran barba folto.

 

Alto di personal, ma non già molto,

Soggetto ognora ad improvvisa rabbia,

Netto però di cortigiana scabbia,

non erudito ma non del tutto incolto.

 

Taciturno e mestissimo sovente,

Ed allegro talor più del dovere,

Motteggiator, ma non impertinente.

 

Libero, ognor seguace del piacere,

ch’io nol prendo però se costa niente,

onde obbligato mai rimanere.

 

Quivi, con tinte vere

Mi mostro quale in corpo e alma fui,

Poco a me noto ognora e meno altrui.

Al 1826 risale il progetto e l’esecuzione della sala degli esami dell’Imperiale Regia Università di Siena. Gli stucchi bianchi e giallini con trofei delle arti e delle scienze e il grande banco della “Residenza” sono il capolavoro di Agostino in cui il riutilizzo spregiudicato di elementi del linguaggio ornamentale delle stile Impero, reinterpretati in linee semplici, nitidi volumi appena ingentiliti da ornati caratterizzati da pochi elementi,  anticipano addirittura alcuni dei migliori risultati dell’architettura italiana di epoca fascista.

Per il Villino del pavone, edificato su disegno di Agostino tra il 1825 e il 1828 per il nobiluomo Mario Bianchi Bandinelli,  disegnò alcuni dei più bei mobili dell’Ottocento europeo: il grande secrétaire dai massicci volumi definiti e un ornato asciutto, fatto di pochi elementi di sapore classicheggiante, al quale si può accostare il piccolo tavolo triangolare sorretto da talamoni egizi, di cui anche si conserva il disegno nel Taccuino. Di alcuni mobili rimane solo il disegno, come ad esempio il tavolo per il Cavaliere Piccolomini Bandini,  o quello, di ignota committenza, retto da cigni.  Solo i disegni documentano la bottega del signor Croci, probabilmente uno speziale, con il portone neoegizio e le vetrine anch’esse neo-egizie con un che di già vagamente neogotico.

Questo stato di grazia non durò tuttavia a lungo, presto si guastò. Degli anni trenta sono una serie di mobili, alcuni conservati, altri documentati nel Taccuino, più convenzionali in cui la lingua dello stile Impero, che Agostino pensò di padroneggiare, è ritardataria e provinciale, anche debitoria di quel nuovo stile, chiamato Bidermaier,  che invase l’Europa di quegli anni con mobili, al confronto delle sue prime opere e per dirla alla toscana, assai grulli. Ancora più tardi, verso la quarta decade – Agostino morirà nel 1845 -sono un gruppo di mobili, e anche arredi liturgici, caratterizzati da un’ornamentazione affastellata di sapore neoalessandrino, fatta, come ha scritto Alvar Gonzàlez-Palacios, da  “intagli e bassorilievi destinati a riempirsi della polvere di grevi laboratori provinciali”.  I miracoli, è del resto cosa nota, sono questione di frazioni di tempo assai brevi e tendono a non ripetersi.

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