Iacobo Fiammengo e gli studioli napoletani del secondo Cinquecento

Studioli in ebano e avorio con facciate a foggia di palazzi, o che solo echeggiano fantasiosi palazzi grazie all’utilizzo spesso affastellato di elementi architettonici, sono invenzioni del secondo Cinquecento.  Si tratta di mobili preziosi in cui spesso all’uso dell’ebano e avorio si affiancano, dai primi decenni del Seicento, altri materiali ancora più preziosi come il bronzo dorato, l’argento, il cristallo di rocca, le pietre dure. Tutto questo armamentario architettonico che cela sportelli, cassettini e infiniti segreti, parla la lingua dell’architettura del secondo cinquecento. L’ornamentazione è invece affidata a incisioni su avorio di carte geografiche, scene mitologiche o bibliche, battaglie, teste d’imperatori ed embricate grottesche derivate da repertori a stampa che fanno di queste opere il più ricco ambito d’impiego della grottesca della storia del mobile italiano.

A Napoli vi fu una produzione di questi mobili, documentata tra l’ultimo decennio del secolo e il primo ventennio del Seicento, di bellezza superlativa. Sono opere congiunte di abili ebanisti, spesso nordici – tedeschi e fiamminghi – e incisori d’avori napoletani.

Il documento d’archivio più antico oggi noto che riguarda questi mobili risale al 1594. Iacobo Fiamengo, altre volte chiamato “alemano scrittorista” – ossia specializzato nella costruzione di scrittoi, studioli, stipi come chiamar li si voglia – il 10 settembre 1594 firma un contratto con “Iacobus Manganiello de Neapoli intagliatore d’avolio”. L’anno successivo, il 10 ottobre 1585, ne stipula un altro con Petrus Pax, anch’egli “alemanus intagliatore de scriptorij” che s’impegna ad incidere “soprall’avolio de ystorie”. Il lavoro sarà concluso entro l’inizio di febbraio del 1596.  Nel frattempo (il 10 gennaio 1596) lo stesso aveva firmato un contratto con un altro incisore, Giovanni Battista De Curtis, napoletano, intagliatore originario di cava dei Tirreni, che s’impegnava a incidere storie del vecchio testamento su uno studiolo con “dodici cassettini dentro e una portella in mezzo”.  Il 31 luglio 1596 i due si accordano per l’esecuzione di altri due stipi: Iacobo realizzerà il mobile, De Curtis inciderà le placche con le “storie di Ovidio”. Il 13 agosto 1596 Iacobo prende a bottega un giovane apprendista, di nome Corrado Mayer, anch’egli “allemanno”. Testimone del contratto è Lorenzo Duca, l’intarsiatore che con Teodoro Fogel aveva realizzato, tra il 1584 e il 1588, le tarsie degli armadi della sacrestia della Certosa di San Martino. E’ ancora attivo nel novembre 1602 quando prende a bottega un altro giovane apprendista, il dodicenne Natale Cassese. Si direbbe, almeno dalle fonti documentarie, che Iacobo Fiamengo fu per alcuni anni, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo, un artigiano alle prese con commesse importanti; ma sue opere certe, ossia firmate, oggi non se ne conoscono e non vi sono prove per attribuirgli quelle oggi note.

Battista de Curtis e Gennaro Piccicato, 1597. Particolare dello stipo oggi al Museum fur Kunst und Gewerbe di Amburgo

L’unico mobile di questo genere dalla paternità sicura perché firmato è lo stipo oggi al Museum fur Kunst und Gewerbe di Amburgo, “preziosa antologia di motivi manieristici” come lo ha definito Alvar Gonzàlez-Palacios suo scopritore. Lo firmano due artigiani: “Baptista De Curtis” e “Ianuarius Picicato” e probabilmente proprio a Iacobo Fiammingo – la cui firma però non compare – spetta la sua costruzione.  Se De Curtis lo abbiamo incontrato nei contratti di Iacobo, di Piccicato nulla sappiamo: il suo nome non compare nelle carte d’archivio e nemmeno lo ritroviamo su altri mobili oggi noti. Il fronte è su due ordini separati da una trabeazione retta da colonne. La parte inferiore è centrata da un portale, ai lati nicchie dentro incorniciature di finestre in cui trovano posto vasi torniti in avorio. Nell’ordine superiore è una composita sequenza di nicchie inserite in più complesse incorniciature di finestre in qui trovano posto vasi torniti. All’esterno incasonate nell’a fittissima decorazione a grottesche spiccano le placche con episodi delle gesta di Giulio Cesare, Alessandro Magno, Nino e Ciro, camei con teste di imperatori, scene di battaglia. Le figure degli imperatori dovrebbero derivare dalle stampe di Antonio Tempesta edite nel 1596.

“Aleggia in tutta la decorazione di quest’opera superba, come ha scritto Gonzàlez-Palacios, “l’ultimo anelito di Fontainbleau; vaghi ma costanti i richiami alle ideazioni di Jacques Androuet Du Cerceau, del Primaticcio”.

Due stipi simili sono conservati al Museo di S.Martino di Napoli, tradizionalmente ritenuti un dono della città di Napoli a Antonio Alvarez de Toledo, Duca d’Alba, viceré dal 1622 al 1629. Sulla parte interna delle ante sono incise nell’avorio due carte del regno di Napoli riccamente incorniciate dai ritratti dei Re d’Angiò e d’Aragona, di casa d’Austria, dell’imperatore Carlo V e dei re di Spagna Filippo II, Filippo III e Filippo IV. Le facciate sono scandite da colonne e dominate da vedute delle principali città del Regno in Italia e in Europa. Recano le date 1619 e 1623.

Artigiani napoletani, studiolo. Ultimo decennio del XVI Secolo. Fhiladelphia Museum of Art

Un quarto stipo, per qualità e gusto d’insieme assai prossimo a questi, è conservato al Philadelphia Museum of Art.  Nel piano a calatoia vi è al centro un planisfero con l’Europa, l’Africa, l’Asia le Americhe racchiuso in una complessa cornice di gusto manierista fiancheggiata dalle mappe di Roma e Napoli, Toledo e di Siviglia. La facciata è costituita da un grande portale con colonne binate e timpano spezzato. Ai lati in due finestre con nicchie stanno due piccole sculture in avorio: Venere con l’amorino e Adone col levriero più di altre paiono davvero tratte da figurazioni mitologiche dipinte da Primaticcio. Nel secondo ordine stanno mensole, balaustre e due placche con episodi che riferiti al Sacco di Roma.  All’esterno la scatola, senza cornici, perfettamente liscia, è rivestita da un intarsio di embricate grottesche in avorio finemente incise ancora una volta secondo repertori a stampa di spiccato sapore nordico. Si tratta di uno dei più significativi esempi d’impiego della grottesca nella storia del mobile cinquecentesco. Altro mobile di straordinaria qualità, purtroppo né datato né firmato, è quello presso il Victoria and Albert Museum di Londra.

Artigiani napoletani, studiolo. Ultimo decennio del XVI Secolo. Londra, Victoria and Albert Museum

Queste sono solo poche opere a titolo di esempio; si consideri che fu una produzione cospicua di opere mobili preziosi, molto amati dalle corti europee, non solo da quella vicereale napoletana.

Numerosi furono gli artigiani attivi, quasi tutti di origine tedesca e spesso in stretto rapporto con i compatrioti liutai attivi in città, che orbitarono attorno alla Confraternita di Santa Maria dell’Anima che raggruppava i numerosi artigiani tedeschi attivi a Napoli. Negli atti di un processo intentato nel 1595 dai governatori della Confraternita per il mancato pagamento delle contribuzioni annuali, si ricordano i nomi di Andrea Vietiman e di Matteo Steinhausen che “fanno scrittorij”.  Vietiman, “alemano e scrittoriano”, è ricordato anche in una fede di credito a favore del liutaio Bernanrdo Stelif del maggio1601. I documenti che riguardano Thomas Lang, nato nel 1609, ci informano che almeno sino al 1634 eserciterà sia la professione di “lavoratore di scrittori in ebano” sia quella di liutaio. Che la comunità di ebanisti attiva a Napoli fosse numerosa tanto da doversi dotare di uno statuto è poi confermato dalla redazione, datata 5 luglio 1621, del primo statuto degli “Scrittoriari d’ebano”, sottoscritto da Johannes Schrot, Johannes Vechman, Melchior Loth, Nicolaus Chrot, Georgius Semiter, Albertus Vich, Johannes Miler, Andreas de Mayr, Paulus Myslich, Johannes Rolloman, oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli nel Fondo del Cappellano Maggiore.

Artigiani napoletani, Particolare dell’anta dello scrittoio del Philadelphia Museum of Art

Alla morte di Filippo II nel 1598, troviamo nell’inventario dei suoi beni tre mobili che paiono proprio corrispondere, dalle descrizioni, agli scrittoi napoletani in questione. Anche l’Almirante di Castiglia nel 1647 e il conte di Monterrey nel 1653, lasciano nelle proprie stanze alla loro morte scrittoi in ebano e avorio. Lo steso dicasi, non poteva essere altrimenti, per i numerosi Vicerè spagnoli di Napoli. Alvar Gonzàlez-Palacios ha inseguito le tracce di questi mobili negli inventari delle case dei Grandes de Espana vissuti a Napoli nella prima metà del ‘600. Nella casa madrilena di Bernardino de Cardenas, duca di Maqueda e già Vicerè di Sicilia nel 1604, compaiono otto scrittoi in ebano e avorio, tre scrivanie e otto piccoli tavoli del medesimo carattere.  Nella camera dove morì nel 1653 Don Alfonso Pimentel, Duca di Benevento e Vicerè di Napoli dal 1603 al 1610, erano “due scrittoi grandi di avorio e ebano”. Nello stesso anno morì Manuel de Fonseca y Zuniga, conte di Monterrey e di Fuentes, ambasciatore a Roma dal 1628 al 1631 e Vicerè di Napoli dal 1631 al 1637. Tra i suoi beni spiccano numerosi scrittoi in ebano e avorio. Sono i più preziosi: all’ebano e all’avorio si aggiungono bronzi, argenti, pietre colorate, diaspri. Don Ramiro Felipe de Guzmàn, duca di Sancular e Medinas, suo successore come Vicerè di Napoli dopo il 1637, possedeva due stipi, poggianti su basamenti in bronzo dorato, in ebano e avorio con colonne di cristallo di rocca, cassetti impiallacciati di lapislazzuli, agata e diaspri di diversi colori.

Oggetti da Wunderkammer che godettero dunque di grande successo al tempo, non solo nel Sud Italia e che diedero il via a una produzione artigianale, ripetitiva e meno preziosa che ebbe grande diffusione per tutto il Seicento. Mobiletti di quest’ultimo genere qualcuno ricorderà di averli intravisti nella penombra tra strumenti musicali e drappi preziosi nei dipinti di Evaristo Baschenis, Bartolomeo Bettera, Bartolomeo Bimbi e degli altri pittori di natura morta di quel secolo.

Bibliografia:

L. Sisto I liutai tedeschi a Napoli tra Cinque e Seicento. Storia di una migrazione in senso contrario, Roma, 2010.  A. Gonzàlez-Palacios, Pittura per l’eternità. Le collezioni reali spagnole di mosaici e pietre dure, Milano, 2003, pp. 29-37.  A.Paz, La Exaltación de un reino: Nápoles y el mobilario de lujo a la vuelta del siglo XVI, in «Arquivo Español de Arte», LXV, 1992, pp. 179-198.  Altfer, Ein neapolitanisher Kabinettschrank des Giacomo Fiammingo (?) und Giovanni Battista De Curtis, in «Pantheon», XXXVII, 1979, pp. 135-141.  A. Gonzàlez-Palacios, Giovanni Batista de Curtis, Jacobo Fiamengo e lo stipo manierista napoletano, in «Antologia di Belli Arti», 2.1978, 6, pp. 136-148. Ripubblicato in: Il tempio del gusto. Le arti decorative in Italia fra classicismi e barocco. Roma e il Regno delle Due Sicilie, Milano 1984, I, pp. 237-247, II, fig. 412-441.

 

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