Il mobile veneziano del Settecento

Per tutto il XVIII Secolo il mobile da parata è a Venezia espressione chiusa nella laguna e nei ranghi del potere dogale. Scarso sembra essere l’interesse per quanto andava succedendo, in fatto di decorazione e arredamento, nel resto dell’Europa dei Lumi. Pesa l’eredità scultorea secentesca – in cui si fondono Barocco romano e manierismi nordici – di Pianta, Piazzetta e Brustolon che, nella prima decade, scolpisce nell’ebano per Pietro Venier i grandi Guerrieri oggi a Ca’ Rezzonico. 

Michele Fanoli e Ottavio Calderoni. Console  e due poltrone, 1701. Soragna, Rocca Meli Lupi

Nel 1701 il marchese Nicolò Meli Lupi di Soragna, che aveva sposato la nobildonna veneziana Cecilia Loredan, acquista a Venezia un gruppo di poltrone e quattro tavoli per il castello di Soragna, vicino a Parma. Due tavoli presentano scolpite a tutto tondo le figure di Nettuno e Galatea, gli altri due sono costituiti da possenti viluppi fogliacei su cui poggiano le aquile dello stemma del committente. Mobili d’impianto romano e, come ha scritto González-Palacios, “incunaboli del mobile veneziano barocco”. Sono opera di un gruppo di artigiani, di cui nulla sappiamo, i cui nomi apprendiamo dai pagamenti del nobiluomo ancora conservati nell’archivio del castello: Ottavio Calderoni, Anzolo Busi, Ventura Longhi, Michele Fanoli. Quest’ultimo è documentato nel 1728, assieme al figlio Lorenzo, come uno degli scultori attivi nella realizzazione del Bucintoro. I tavoli portano piani intarsiati in ebano, avorio, madreperla e corallo: lavori di eccellente fattura non dissimili da opere tedesche e dell’Italia meridionale. Gli artefici dei piani sono, sempre secondo i documenti, Sebastiano Novale (per i tavoli con Nettuno e Galatea) e Giovanni Callegari. 

Tutto era ornato, figurato, scolpito nel legno e dorato nella Venezia del Settecento. A partire dalle gondole e dal Bucintoro, la più grande opera lignea celebrativa “dove la Signoria sale ogni anno, nel giorno dell’ascensione per celebrare lo sposalizio del mare” come scrisse l’abate Richard nella sua Description Historique et Critique de L’Italie del 1766. Di questo grande apparato possiamo vedere un’immagine nitida in un dipinto di Canaletto; ne abbiamo anche una descrizione, sempre del Richard, il quale ci informa della parte che in quest’opera vi ebbe lo scultore ufficiale della Serenissima Antonio Corradini (1668-1752) che vi lavorò tra il 1722 e il 1727.

La barca […] è interamente dorata, dentro e fuori, ma la bellezza della lavorazione è sorprendente soprattutto all’interno: le dorature infatti non guastano la finezza delle parti scolpite con gran ricercatezza. Esse sono state scolpite seguendo i disegni del celebre Corradi [Sic.], scultore veneziano, e sotto la sua stessa guida; a lui si deve quasi tutto l’ornato della prua: sul davanti c’è il leone di San Marco cui seguono la raffigurazione della Giustizia e della Pace abbracciate e circondate da geni, tra i quali quello proprio alla Pace nell’atto di schiacciare quello della Guerra, il tutto a grandezza naturale.

Giovanni Antonio Canal. Il Bucintoro al Molo (particolare). Già Londra, Courtesy Sotheby’s

Questo tripudio durò, per quanto concerne il mobile da parata, sino al 1797. Con l’arrivo in laguna di Napoleone il Bucintoro, simbolo della regalità e della sacralità della Repubblica e capolavoro della scultura barocca veneziana, bruciò sulle sabbie del Lido per giorni interi segnando la fine di un potere secolare.

Ludovico Gallina. Il doge Paolo Renier, 1779. Milano, Raccolte artistiche del Comune di Milano

La console che si vede nel ritratto del Doge Paolo Renier del 1779, oggi conservata a Ca’ Rezzonico, è un’opera di sublime invenzione che nel resto d’Italia a questa data sarebbe risultata fuori moda in un ritratto ufficiale di un uomo di Stato. Ritardatari sono anche quei grandi e densissimi apparati  decorativi rappresentati dalle cornici del ritratto del Procuratore Contarini (a palazzo Mocenigo a San Stae) e del Doge Pietro Barbarigo (a Ca’ Rezzonico). In quest’ ultima le virtù dell’effigiato elencate nell’iscrizione al piede del dipinto (Amor di Patria, Giustizia, Carità, Prudenza, Costanza e Lode immortale) spiccano nella ricca e frastagliata decorazione scolpite a tutto tondo secondo le figurazioni dell’Iconologia di Cesare Ripa. Macchine trionfali scolpite nell’ottava decade; fuori tempo massimo rispetto alle invenzioni Rocaille di Johann Michael Hoppenhaupt (1685-1751) che dovettero esserne i modelli ispiratori. Ma guardandole con attenzione le figure allegoriche hanno fogge “all’antica” e vi si scorgono innumerevoli dettagli ornamentali tratti dai repertori Louis XVI.

La più bella invenzione di mobile del secolo è il grande letto – abitato da sirene, cavalli marini e dalla personificazione della Notte che regge come baldacchino una vela rigonfia – disegnato da Sebastiano Ricci (1659-1734). Improntato al Barocco romano come gli arredi del marchese Meli Lupi di Soragna – memore di quella grande macchina scenica che fu il letto per il Conestabile Colonna allestito da Johann Paul Schor nel 1663 noto attraverso la bella incisione di Pietro Santi Bartoli – presenta una leggerezza, una luminosità vibrante tutta veneziana. Proveniente dalla collezione di Anton Maria Zanetti il Vecchio (1680-1767), il disegno è oggi conservato nelle collezioni dell’Accademia di Venezia.

Sebastiano Ricci. Letto con cavalli marini, sirene e l’allegoria della notte. Venezia, Gallerie dell’Accademia

Gian Domenico Tiepolo. Pulcinella sarto, 1800 ca. New-York, Metropolitan Museum of Art

La moda più vezzosa del Settecento, il Roccocò, giungerà, seppur con un certo in ritardo, in laguna; un disegno di Antonio Canal detto il Canaletto (1697-1769) al Metropolitan Museum di New-York, mostra un interno perfettamente aggiornato secondo il gusto francese. Le poltrone e la scrivania hanno però le inflessioni dialettali del mobile lagunare. Un disegno di Giandomenico Tiepolo (1727-1804) della serie i Divertimenti per li ragazzi rappresenta una scenetta d’interno con Pulcinella in veste di sarto e mostra semplici mobili d’uso nelle tipiche forme lagunari. Qui è interessante il fatto che nonostante il foglio sia databile attorno al 1800, gli arredi siano ancora ispirati alla moda francese di cinquant’anni prima. Il risultato di questo costante ritardo sono mobili dalle fogge particolarissime, più interessati all’apparenza e alle belle curve che alla sostanza. Sono di norma trasandati nell’esecuzione, spesso dorati e dipinti con estro e sprezzatura a imitazione della lacca orientale. Si tratta invece di una misera tempera lucidata da una vernice di scarsa qualità che, con l’andare del tempo, ingiallirà alterando i colori e creando un cretto vistoso. Lo spirito e la qualità pittorica che improntava queste decorazioni non doveva essere troppo dissimile da quello delle Turcherie del giovane Giovanni Antonio Guardi (1699-1760), rese da veloci pennellate, colori accesi, e dove gli sfondi con rovine e fontane paiono scenari teatrali. Anche il più noto fratello Francesco (1712-1793) ci ha lasciato qualche studio ornamentale; è il caso del disegno di incorniciatura oggi al Metropoitan Museum di New-York. 

Artigiani veneziani. Commode. Già Londra, Courtesy Christie’s

Per avere un’idea precisa di questo genere di arredi si veda uno dei pochi mobili veneziani giunti a noi pressoché integri: la commode, ancora agli inizi del Novecento documentata presso la contessa Lauredana Morosini alcuni anni or sono comparsa ad una vendita londinese di Christie’s.  Nervosi svolazzi Rocaille dorati s’intrecciano a vezzosi nastri celesti Louis XVI; il pittore con rapidità vi ha dipinto panoplie di fiori e vaghe rovine in monocromo. Le maniglie in bronzo cesellato e dorato conferiscono al tutto un carattere lussuoso. 

Artigiani veneziani. Console. Già Londra, Courtesy Sotheby’s

 Altro mobile di questo genere è la console, già presso Sotheby’s, in cui delicati racemi dipinti in color corallo spiccano su un fondo bianco  e gli intagli Rocaille dorati dialogano con quelli di rovine antiche di gusto Louis XVI. E’ insomma un tripudio di decorazioni floreali e rovine capricciose. Rovine che hanno però poco a che fare con la riscoperta dell’Antico che permeò la cultura italiana ed europea della seconda metà del secolo; piuttosto bisbigli di un’Arcadia capricciosa, echi dei sogni malinconici di Francois Boucher. 

Uno dei temi decorativi più diffusi fu la cineseria, che diede vita a una produzione di mobili e oggetti popolati da figurine stravaganti e strampalate, assai consone allo spirito del travestimento che permeò Venezia al suo tramonto e che, ancora un secolo dopo, avrebbe ammaliato Hugo von Hoffmannsthal e Henry James. A Murano nelle forme del mobile Roccocò si fecero interi mobili in vetri e specchi. Non solo le comuni specchiere e ventole, ma anche sedie, tavoli, poltrone come quella in legno dorato e vetro blu conservata al Museo del vetro di Murano. Oggetti particolarissimi – quasi sempre per necessità tecniche di disegno poco felice – che suscitavano al tempo stupore ed ebbero un certo successo. Grandissima fortuna ebbero certamente mobili e oggetti, di poco valore, decorati da collages ottenuti ritagliando e colorando piccole stampe francesi, tedesche o venete dei Remondini di Bassano, entroterra della Repubblica. Sono i famosi mobili in “lacca povera”. Fragili, effimeri, oggetti illetterati  destinati a un rapido cupio dissolvi. Si tratta quasi sempre di piccoli oggetti: vassoi, scatole portagioie e da ricamo, specchierine che molto piacquero al tempo – e soprattutto al mercato antiquario otto-novecentesco. 

I mobili d’uso di questa lunga stagione giunti sino a noi sono rarità nonostante molti, anzi moltissimi, siano i mobili in stile veneziano del Settecento ancora oggi conservati che, quasi sempre, sono rievocazioni appositamente organizzate dagli antiquari sul volgere dell’Ottocento e anche oltre, come il canto dei gondolieri di Goethe nel 1786: 

Avevo preso le disposizioni per ascoltare stasera il celebre canto dei gondolieri, che cantano il Tasso e l’Ariosto sulle loro melodie tipiche. Bisogna ordinarlo apposta; è caduto in disuso, appartiene a un mondo di vecchie leggende quasi dimenticate.

Esempio sublime di questi arredi veneziani rievocati per letterati, ricchi viaggiatori e bramosi collezionisti, è la collezione di mobili veneziani dell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston. Un volume curato da Fausto Calderai e Alan Chong con la collaborazione di Simone Chiarugi, ricostruisce le vicende di questa collezione di mobili in modo esemplare, le trame di quel mercato antiquario che fu sensale del collezionismo di mobili veneziani del Settecento – e fiorentini del Rinascimento. Per avere un’idea di come la storiografia affrontò questo argomento si sfoglino i volumi che a questo argomento dedicò, con entusiasmo pari all’ingenuità, quel pioniere di Giuseppe Morazzoni nella prima metà del ‘900; pagine scritte con grande garbo e di sapore letterario, perlopiù abitate da immagini di rievocazioni di vecchie leggende.

 

In apertura: particolare della poltrona del finimento del doge Renier. Venezia, Ca’ Rezzonico

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