Invenit, fecit, sculpsit. Pietro Piffetti

Suoi sono alcuni dei mobili più belli del Settecento italiano, in grado di reggere un confronto alla pari con le migliori cose di Andrée Charles Boulle (1642-1732), ebanista del re Sole – di una generazione più anziano. Le forme scultoree dei suoi mobili, che rivestì di intarsi di complessità e minuzia di disegno, abilità incisorie e ricchezza di materiali mai raggiunti prima nella storia dell’arredo italiano, sono tre le migliori espressioni artistiche di quella mutazione del barocco romano che fu il Roccocò messo in scena a Torino alla corte sabauda del siciliano Filippo Juvarra (1678-1735). Pietro nasce a Torino nel 1700 da Giuseppe Piffetti. Forse rimase presto orfano se nel 1705 risiede presso la casa del nonno Pietro, “Maestro di bosco”; nel 1722 sposa Lucia Margarita Burtio. Nell’autunno del ‘30 è a Roma per un soggiorno di formazione considerato necessario, nella Torino che aveva fatto della romanità barocca una scelta con l’arrivo nel 1714 di Filippo Juvarra. Il mestiere di famiglia doveva già padroneggiarlo assai bene se nel 1727 la sua firma compare su un mobile di qualche pretesa eseguito a quattro mani con un misterioso ebanista, di origini veneziane e di nome Ludovico de Rossi, che è stato ipotizzato essere suo maestro. A Roma fu per lui cosa naturale muoversi nell’ambiente degli artisti francesi legati all’Accademia di Francia; strinse amicizia con il pittore Van Loo e lo scultore Francesco Ladatte che, pochi anni dopo, sarebbero stati a suo fianco nelle imprese decorative torinesi. Conobbe e probabilmente lavorò con un ebanista francese, rampollo di una dinastia di ebanisti attivi nella tarsia floreale, più giovane di lui di una decina d’anni, Pierre Daneau, che nel 1731 eseguì un tavolo per i Barberini secondo il gusto della tarsia floreale di cui suo padre era, in patria, uno dei migliori rappresentanti. Sono noti tre tavoli a console che Piffetti esegue verso il 1730 come prime prove torinesi (Torino museo di Palazzo Madama, Istituto bancario San Paolo, Londra Victoria and Albert Museum). Di gusto un poco attardato per quella data testimoniano dell’apprendistato nella difficile tecnica della tarsia lignea e dei rapporti intercorsi a Roma col gusto francese dei Daneau. Un’altra delle prime opere che il giovane Piffetti esegue e firma – ma non data – è il tableau già presso il refettorio dei forestieri dell’eremo camaldolese di Torino. Si tratta di una natura morta in un vaso con attributi simbolici della fede; impiega nell’intarsio, oltre a legni preziosi e tinti, l’avorio, la madreperla, la tartaruga ma anche l’ambra, con cui sono realizzati gli acini di un grappolo d’uva. Un gruppo di lettere tra il novembre del 1730 e il gennaio del 1731 legano Piffetti al Conte Gros, ambasciatore sabaudo presso la Santa sede, e al Marchese Vincenzo Ferrero d’Ormea, ministro degli interni di Casa Savoia. La richiesta della corte perché ritorni in patria quanto prima è pressante. Piffetti, col garbo dovuto, chiede un poco di tempo per completare alcuni lavori che ha in corso a Roma. Il 6 gennaio 1731 Gros informa il suo corrispondente che finalmente Piffetti è in partenza per Torino; si tratta nel frattempo perché lo seguano quanto prima anche il pittore Van Loo e lo scultore Ladatte. Ma era soprattutto il giovane ebanista, par d’intendere dalle carte, che a Torino era atteso con trepidazione perché i lavori di decorazione e arredamento nel Palazzo reale di Torino intrapresi appena dopo l’insediamento del nuovo Re Carlo Emanuele III sotto la direzione dell’architetto Filippo Juvarra, procedevano speditamente e occorreva avanzare l’esecuzione dei mobili. Il disegno del “Gabinetto per il Secreto maneggio degli affari di Stato” oggi presso il Fondo Maggia (cat.n.548) della Fondazione Sella è datato 25 novembre 1730.

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Filippo Juvarra, progetto del “Gabinetto per il segreto maneggio degli affari di stato”, 1730. Fondazione Sella, Fondo Maggia (inv. n. 548)

Vi compare nel ricco apparato decorativo improntato alla rocaille parigina del piccolo ambiente tutto stucchi, intagli lignei dorati e specchi, l’archetipo del mobile che Pietro Piffetti farà proprio articolandolo in variazioni sul tema per tutto il corso della sua lunga carriera. Si tratta della coppia di tavoli parietali sormontati da scansie ancora oggi in-situ a Palazzo reale. Partendo dall’idea di Juvarra, Piffetti svilupperà nel dettaglio due mobili di straordinaria ricchezza ornamentale e perizia esecutiva, affiancato dal bronzista Francesco Ladatte che sarà spesso a suo fianco nelle principali commesse. Ma il completamento di questo insieme, capolavoro della decorazione d’interni europea del settecento, giunse non prima del 1733. In attesa di questi capolavori una delle prime opere consegnate alla corte è un mobile a doppio corpo ancora legato nella decorazione al fare romano dove ritroviamo vasi di fiori e ornati alla Daneau ma dove anche compare per la prima volta con abbondanza l’uso dell’avorio e della madreperla. Si tratta di materiali non nuovi nella tecnica dell’intarsio che acquisteranno però nella sua opera un ruolo centrale che potrebbe derivare, ha suggerito Alvar Gonzàlez-Palacios, dalla diretta conoscenza di quelle produzioni Indiane di mobili di Vizagapatam e oggetti del Gujarat che forse il giovane ebanista poté vedere a Roma, Caput Mundi in stretto contatto con quei mondi attraverso le missioni gesuitiche con l’Oriente e l’India.

Il 13 luglio 1731 Piffetti è ammesso al servizio con patente del Re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia in virtù delle “abilità nella Sua Professione d’Ebanista”. Lo attendono quarantasei anni di onorato servizio sotto i regnati che si susseguiranno. L’ultimo pagamento risale all’aprile 1777, un mese e mezzo prima della morte che avvenne il 20 maggio di quell’anno. I documenti relativi ai pagamenti della corte oggi noti sono 160, trascritti e resi noti da Giancarlo Ferraris. Documentano lo scorrere delle infinite commesse che impegnarono la vita di quest’uomo, fedele suddito chiamato a realizzare non solo grandi opere – oggi celeberrimi mobili – ma spesso cose più modeste utili alla vita della corte, a volte addirittura semplici “accomodamenti” (ossia manutenzioni) di arredi già a quel tempo vecchi. Spesso Piffetti è chiamato a intervenire in opere corali, sotto la regia dell’architetto di corte Benedetto Alfieri, assieme a stuccatori, intagliatori, fabbri e una vasta schiera di artigiani consegnando arredi fissi perduti con la perdita di questi interni, tanto raffinati quanto delicati e poco adatti a durare nel tempo. Poco di quello che Piffetti realizzò secondo queste carte si è conservato. Viceversa quanto si conserva della sua opera non sempre trova riscontro nelle carte. E’ questo il caso delle sue opere più celebri – i capolavori della sua carriera: i due “burò con scansia” del Palazzo del Quirinale e della Fondazione Accorsi di Torino. Simili nelle formeche rappresentano la rimodulazione dell’invenzione primigenia dello Juvarra. Sono completamente rivestiti di tarsie con legni preziosi, avorio e madreperla che disegnano minute e imbricate decorazioni, placche in avorio miniate con complesse figurazioni derivate dai repertori a stampa, specchiature in tartaruga. Sono completati da sculture con figure antropomorfe e zoomorfe in bronzo dorato che per qualità scultorea hanno fatto supporre la paternità di Ladatte. Il primo, vista la complessità iconografica a sfondo pedagogico delle scene e delle allegorie sulle nove grandi placche eburnee, è stato ipotizzato possa essere stato eseguito per il futuro Re Vittorio Amedeo III (nato nel 1726). Il mobile non reca né firma né data. Datato e firmato “Petrus Piffetti Inv. e fecit et sculpsi / Taurini / 1738” è invece il secondo. Sono documentati nelle carte due piedistalli, oggi nelle collezioni del Palazzo del Quirinale, destinati a reggere le statue eburnee di un San Michele e il Ratto di Proserpina. Eseguiti da Piffetti tra il 1736 e l’anno successivo gli vengono pagati nel 1738. Firmata e datata 1741 è la scrivania da centro con alzata oggi presso il museo Correr a Venezia. Piffetti sempre specifica nelle sue firme di essere inventore dei mobili, esecutore e incisore delle profilature che rifiniscono intarsi e placche. Ciò dovette necessariamente esprimersi anche attraverso il disegno, la messa a punto progettuale. Ma nulla di tutto ciò si conserva.

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Pietro Piffetti, dettaglio del cassettone con ribalta e scansia nelle collezioni del Palazzo del Quirinale

Due comò oggi al Quirinale poggianti su piedi in legno intagliato e dorato gettano una luce sui repertori iconografici impiegati da Piffetti per le figurazioni delle placche: incisioni fiamminghe di Jan van Ossenbili, Nicolaes Berchem da quadri di Pieter van Lear, francesi di Giulio Parigi da quadri di Remigio Cantagallina. Un’incisone di Claudine Bouzonnet Stella del 1657 dalla raccolta Le plaisiris de l’Enfance compare su di un mobile in collezione privata. I fregi sono tratti dai repertori francesi del tardo Seicento come quelli di Paul Androuet du Cerceau. Ma tutta questa non secondaria questione dei modelli che Piffeti impiegò nelle decorazioni dei suoi mobili è argomento di studio ancora poco indagato. Appena prima della Pasqua 1748 Piffetti è a Roma dove consegna il paliotto in avorio e madreperla eseguito a Torino l’anno prima e destinato all’altare della cappella Paolina del Quirinale e oggi nei depositi della Cappella Sistina. Opera che non passò inosservata agli occhi di un cronista di cose d’arte romane, il Chracas, che nel suo Diario ordinario il 20 aprile di quell’anno scrive:

 “Nella detta Cappella Papale di lunedì […] si vidde per la prima volta collocato all’altare il nobile ricco Paliotto donato a Sua Santità dall’Emo de la Lanze allorché fu in Roma nelli messi scorsi; e questo è tutto composto, con eccellente disegno, e lavoro, di madre perla, ebano e tartaruga interzato e filettato d’oro”

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Altro dettaglio del mobile nelle collezioni del palazzo del Quirinale

Un paliotto simile, di misure inferiori ma non meno ricco, Piffetti lo consegna l’anno successivo alla chiesa torinese di San Filippo. Altri arredi sacri, o di uso religioso, non sono rari nella produzione dell’ebanista di una corte dove vigeva una religiosità bigotta, praticata con una ritualità assai esibita. E’ per questa spiritualità bisognosa di gran lusso che esegue numerosi “croci da tavola” tabernacoli, inginocchiatoi, pregadii (ossia minuscoli ambienti per la devozione privata). Piccoli mobili fanno da contrappunto, lungo tutta la carriera, alle grandi commesse. Si tratta di tavolini ad uso femminile, numerosi cofanetti da toeletta, portagioie, leggii, basamenti per vasi orientali o sculture; non rare – ma vulnerabili e dunque in gran parte perdute – furono le sedute di cui si conservano, come unica testimonianza, due sgabelli. In questi oggetti minuti Piffetti organizza complesse tessiture ornamentali di fregi che la madreperla illumina, racemi che nei coperchi delle scatole fanno da cornice alle consuete placche con allegoriche o scene mitologiche su fondi di tartaruga. Sono opericciole squisite, spesso donativi di casa Savoia per dame e gentiluomini di corte, eseguite, come anche le carte testimoniano, con una certa frequenza grazie ad una ben organizzata bottega. Una delle ultime opere in ordine di tempo è il tavolo ovale con scrigno sormontato dalla statua di Minerva, completamente rivestito di scaglie di madreperla e riccamente incrostato di bronzi dorati oggi al Victoria and Albert Museum. Le forme della rocaille ancora di matrice juvarriana si coniugano col gusto della piccola mobilia ornata di bronzi dorati di gusto Louis XV. La sua esecuzione non dovette precedere di molto il 1777 poiché un pandant, oggi perduto, si trovava assieme ad altri mobili alla sua morte in bottega, documentato in un inventario post mortem del 1780.

Giuseppe Beretti, le immagini del mobile sono di Tommaso Tovaglieri. ©Riproduzione riservata

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