I mobili artificiosi e capricciosi di Genova

E’ l’attività di Filippo Parodi, che muore a Genova nel 1702, ad improntare il mobile della Superba almeno sino alla metà del secolo in seno alla monumentalità barocca romana. Il mobile sarà così a Genova per lungo tempo lavoro da scultori più che da ornatisti. Figure maschili e femminili, sirene e animali marini dominano la produzione degli scultori, gli stessi attivi nelle decorazioni delle navi che nei cantieri si approntavano con le poppe scolpite di mostri marini per esorcizzare quelli dei mari che le navi solcavano. Non è un caso che la prima opera eseguita da Parodi al suo rientro in patria sia proprio la poppa della nave Paradiso su disegno di Domenico Piola. Al gabinetto dei disegni del Louvre si conserva un disegno di quella impresa, forse proprio del Piola, con animali marini e mostri scolpiti oggi perduta.

Figure di fantasia antropomorfe o zoomorfe in precari equilibri sopra scogli marini popolarono “i cantoni” dei grandi saloni da parata nei palazzi genovesi reggendo torcere ma anche preziosi vasi cinesi. I capolavori di Parodi sono i tritoni che reggono Eroti in un precario e vigoroso equilibrio presso il Palazzo del Principe, o i tritoni con aquile di palazzo Doria Pamphilij a Roma. Che tutto ciò derivi dalla scultura barocca romana è evidente; ma a Roma manca quel senso di mostruoso che troviamo in queste opere genovesi e che in qualche modo deriva dalla tradizione degli scalpellini che dal secondo Cinquecento ornavano con pietre parlanti i portali e le facciate dei palazzi. Fu anche lungamente viva la tradizione degli scultori di stipi a bambocci, oggetti di schietta estrazione artigianale in cui l’impianto architettonico delle facciate di palazzo è sommerso da figure, mascheroni, ornati fuori scala.

Carlo Giuseppe Ratti nelle Vite de’ pittori, scultori, ed architetti genovesi del 1769 ricorda come eccellenti nella scultura di mobili furono gli scultori della famiglia Torre, in particolar modo Giovanni Andrea (1651-1700) che, ereditata la bottega del padre Pietro Andrea nel 1668, diede il via ad un gusto ornamentale di grande successo:

Una nuova foggia di tavolini e specchi si artificiosi; che incontrarono l’universale approvazione. Erano que’ lavori tirati con certe ingegnose rivolte di fogliami, e con certi eleganti capricci di gruppi e fregi che allettavano l’occhio. V’introduceva putti, amorini, ninfe, sirene, e cose simili di assai vistosa e amena comparsa.

Sarà una produzione abbondante che durò, grazie ad una generazione più giovane i cui rappresentanti noti sono Bartolomeo Steccone – allievo di Parodi e in rapporti con Filippo Juvarra -, Niccolò Lagaggio, Francesco Maria Mongiardino, almeno sino alla terza-quarta decade del Settecento. Dalle loro sgorbie uscirono insiemi chimerici in cui corpi, teste muliebri sortiscono da elementi architettonici, intrecciati a draghi, animali marini inestricabilmente fasciati da carnose guaine fogliacee, racemi e fiori che sbucano repentini. Attraggono per la loro bellezza inquietante, sono sogni che si è felici svaporino al risveglio. Con l’avanzare dei decenni tutto questo armamentario va progressivamente alleggerendosi e stemperandosi seguendo le forme della Rocaille internazionale. Già nel 1718 il marchese Durazzo compra a Parigi “uno specchio con suoi ornamenti”, un “orologio grande da salotto”. I Brignole nel 1724 acquistarono presso Alexis de la Roue (fornitore della duchessa Di Berry) specchi per il palazzo di Genova. Una nota del 1740, sempre per i Brignole, ci informa di numerosi acquisti effettuati presso diversi mercanti parigini: sedie, poltrone, tessuti, orologi in bronzo a cineseria, argenti. Sono tutti arredi, a giudicare dalle descrizioni e dalle cifre dei conti, sontuosi; opere dei migliori ebanisti parigini. In questo modo giungono in città i modelli alla moda assai più utili all’abitare della tradizione scultorea locale.

Nella Galleria dorata di Palazzo Carrega, allestita tra il 1740 e il ’44, a scultura si ritira in buon ordine dentro un’ornamentazione fitomorfica minuta. E’ l’opera di uno stuccatore ticinese, Diego Carloni, che lavora in accordo col pittore Lorenzo de Ferrari. Le porte, oggi al Metropolitan, le due consoles, al Toledo Museum of Art dell’Ohio, sono opere di un abilissimo scultore in legno senza nome, cose di assoluta qualità magnificamente eseguite secondo i modi dell’ornamentazione Louis XIV. Ma anche questo passaggio dura non troppo a lungo; finisce con una data certa: il 1770. Quell’anno è un disegno di Gregorio Petondi, reso noto da Gonzàlez-Palacios, sul quale un appunto recita: “Non si sono introdotte figure negli ornati per non essere più di moda”.

Eccoci dunque anche a Genova nel clima internazionale della Rocaille: un risveglio luminoso, leggerissimo, vibrante (e cicisbeo) che cancella i mostri del mobile d’epoca barocca. Si vedano alcuni degli ambienti di palazzo Durazzo della settima decade. Un secolo prima le stesse sale avevano visto l’ingesso della console col Narciso di Filippo Parodi che per far spazio a queste decorazioni alla moda è stata esiliata nella villa di campagna “la Farragiana”, dove ancora oggi si trova.

 

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