Il vagheggiar d’arredo di Mrs Isabella

Isabella Stewart Gardner fu una di quelle ricche, assai ricche, signore americane che girarono la penisola sul volgere dell’Ottocento con borse debordanti denaro per combattere la noia, forse la depressione di una vita agiata in una orribile città come la Boston di quel tempo.  E secondo i più triti luoghi comuni di cui scrive Henry James in  Ore italiane, la signora si innamorò perdutamente di Firenze e del suo Rinascimento, di Venezia e del suo – già a quel tempo logoro – immaginario di un Settecento età dell’oro.  Ricca, si diceva, ma non stupida. Smaniosa di circondarsi della migliore arte si fece ben consigliare da personaggi della levatura di Bernard Berenson – che gli capitava di maltrattare , come le lettere stanno a dimostrare, sino all’insulto -. Acquistò quadri che non sono uno scherzo: Botticelli, Fra Angelico, Raffaello (forse), Veronese, Tiziano. Nemmeno mancarono capolavori di Vermeer, Rembrandt, Rubens e Van Dyck.  A partire dagli ultimi anni del XIX secolo iniziò a costruire un palazzo nella sua Boston: le foto dell’epoca ce lo mostrano nel suo glabro squallore di edificio periferico stravagante, con bifore gotiche e camini che parevano usciti da un quadro di Antonello da Messina. Perché la signora perseguì con grande concretezza il sogno di un’antica dimora veneziana, affacciata su di un lussureggiante giardino mediterraneo, probabilmente sfidando il buon senso della migliore società bostoniana. Fatto il palazzo si trattò di arredarlo in perfetto stile italiano, ossia con una perfetta confusione di mobili rinascimentali e mobili veneziani. La signora si tuffò in quest’avventura con entusiasmo – e sempre molti soldi –. Fece pertanto felice una quantità di mercanti di mobili antichi, restauratori, mezzani di queste faccende.  Memoria di queste scorribande sono i conti le  lettere le interessantissime  fotografie d’epoca dei mobili ancora presso l’archivio della casa-museo.

È proprio quest’avventura che il libro a cura di Fausto Calderai e Alan Chong,  già conservatore all’Isabella Stewart Gardner Museum, ricostruisce in modo mirabile. Si tratta di un testo interessantissimo per la storia del gusto del collezionismo del mobile italiano a cavallo tra i secoli XIX  e XX, ma anche per lo studio del mobile italiano del Rinascimento e soprattutto di quello veneziano del Settecento.  Il catalogo è puntualissimo (riguarda anche la più meschina seggiolina d’anticamera che la signora comprò in Italia). L’analisi dei singoli oggetti è esemplare e costituisce un punto di partenza per la moderna storiografia del mobile italiano. Ha coadiuvato gli autori Simone Chiarugi, restauratore e storico dell’arte fiorentino, attento conoscitore di quel mondo della mistificazione e della falsificazione del mobile antico rinascimentale, che ha permesso di mettere in luce per ogni singolo arredo ciò che di originale vi è, ciò che invece è frutto dell’estro dei fantasiosi artigiani e antiquari con i quali la signora corrispondeva in Italia. Dunque un libro utilissimo;  anche bello da sfogliare, con immagini assai raffinate, tutte rese con molto garbo per la vecchiaia degli oggetti nella luce naturale – a volte scarsa – della dimora.

Fausto Calederai e Alan Chong, Furnishing a museum. Isabella Stewart Gardner’s collection of italian Furniture

Isabella Stewart Garden Museum, Boston 2011, 327 pagine,  € 47,00  ISBN 978-0-914660-27-9

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