Nuove ipotesi sulla formazione romana di Pietro Piffetti

Il libro di Claudio Cagliero, La formazione giovanile di Pietro Piffetti, Regio ebanista alla corte dei Savoia, è una pubblicazione meritoria. Non è un mistero che gli studi su Pietro Piffetti (Torino, 1701-1777) girino a vuoto da anni, dopo la pubblicazione, nel 1992, del volume di Giancarlo Ferraris Pietro Piffetti e l’ebanisteria a Torino dal 1670 al 1838. Un libro fondamentale per gli studi sul mobile italiano i cui limiti apparvero però ben chiari, addirittura ancor prima della sua pubblicazione da parte di Umberto Allemandi, allo stesso curatore Alvar Gonzàlez-Palacios, che non mancò di esprimerli nell’introduzione.
I contributi successivi non hanno aggiunto novità sostanziali, perché più che altro incentrati su continui e spesso maldestri tentativi di arricchire il corpus del celebre ebanista, spesso a favore del collezionismo privato e del mercato antiquario.
Purtroppo l’attività di restauro del laboratorio della Venaria Reale, che nel corso degli ultimi due decenni si è occupato in modo diligente del restauro e della conservazione dei mobili di Pietro Piffetti, non ha contribuito agli studi. Penso al volume scaturito dai restauri dello studiolo di Federico di Montefeltro del MET, pubblicato (e ancora disponibile) in edizione italiana. Piffetti merita forse di meno?
L’unica vera novità per gli studi, ad oggi poco intesa, sono i disegni di Filippo Juvarra per il gabinetto del re, datati ottobre 1730, scoperti da Giuseppe Dardanello nel 2001. Da questi fogli, da nuove ricerche d’archivio, da altre indagini sulla sterminata produzione grafica dell’architetto siciliano, inventore di Piffetti, dovrà ripartire una vera riflessione sull’arte del celebre ebanista della corte sabauda dopo il 1730.

Claudio Cagliero si è preso la briga di approfondire il capitolo, tanto fondamentale quanto ostico, degli anni giovanili di Pietro Piffetti, della sua formazione tra Torino e Roma. E’ un tentativo coraggioso, affrontato con grande entusiasmo, a tratti in modo spericolato. Tanto più rischioso in quanto, fino ad oggi, le uniche ipotesi sull’argomento sono a firma di Alvar Gonzàlez-Palacios.
Due sono gli indiscutibili meriti di questa ricerca: aver avanzato un’ipotesi credibile sulla formazione romana del giovane Piffetti e, di conserva, fornito circostanziate notizie sull’ebanista francese Richard Lebrun, noto soprattutto attraverso documenti d’archivio che lo legano alla Firenze degli ultimi Medici, probabilmente suo maestro a Roma.
L’ipotesi che Cagliero formula sul periodo trascorso a Roma da Piffetti, tra il 1729 e l’inverno del 1730, si basa sulla rilettura di documenti d’archivio (già noti ma non letti nel contesto di questa microstoria) riguardanti la presenza a Roma di Lebrun, e il confronto tra le sue opere note (i due piani di tavoli per i Medici oggi alla villa della Petraia), e i mobili  che Pietro Piffetti esegue attorno al 1730 per la corte sabauda (i tavoli di Palazzo Madama e del V&A di Londra).
Una ricostruzione fondata sulla lettura dei documenti, tutti riportati da Cagliero, sul confronto tra un ristretto corpus di opere, che resiste a errori di metodo (di lettura e di confronto delle opere) e a una scrittura inutilmente prolissa e spesso retorica.
Claudio Cagliero, come chi scrive, è restauratore di mobili, dunque “ricercatore indipendente” (per usare una civile definizione anglosassone); gli va riconosciuto di aver fatto un lavoro importante, utile al prosieguo degli studi, e, lo ripeto, coraggioso. Un lavoro anche solitario, penalizzato dalla totale mancanza, nel nostro paese, di un’alta formazione universitaria rivolta allo studio e alla valorizzazione delle arti decorative, svolto nella pressoché totale mancanza di una rete di studiosi e di occasioni di studio, di condivisione e di diffusione delle ricerche.

Claudio Cagliero, La formazione giovanile di Pietro Piffetti, Regio ebanista alla corte dei Savoia
Ivrea, Hever Edizioni, 2020 (senza ISBN), 214 pp., Euro 35,00

Immagine in evidenza: Richard Lebrun (attribuito a), inginocchiatoio intarsiato in legni policromi. Già Firenze, mercato antiquario

 

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