Mobili genovesi del Settecento appartenuti a Elisabetta di Sassonia

Il tema ornamentale ispirato alle lunghe e flessuose foglie della “Canna comune”, che Linneo nel 1753 chiamò Arundo donax,  ricorre in un gruppo di mobili dei più belli scolpiti nella Genova sensibile allo stile rocaille tra le sesta e la settima decade del XVIII Secolo.  La stessa idea ornamentale è fissata in un raro progetto di decorazioni a stucco e mobili d’intaglio per una galleria di Gregorio Petondi (1732-1817) datato 1770 e reso noto da Alvar Gonzàlez-Palacios[1].

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Artigiani genovesi verso il 1770. Console d’applique (di una coppia) in legno intagliato e dorato. Collezione privata

A titolo di esempio si vedano le panche e le sedie della Galleria degli specchi di palazzo Durazzo – oggi Palazzo reale –  completamente inguainate nelle lunghe foglie;  la grande console, oggi a Roma in Palazzo Doria Pamphilj,  dove si avviluppano alle curve e alle “pellacce”;  la minuta  console d’applique[2] – in cui fasciano, sottili, nervose e guizzanti, le curve dell’intelaiatura.  Non mancano esempi dell’impiego di questo tema ornamentale anche nella decorazione chiesastica: si veda l’incorniciatura delle cane dell’organo della chiesa di San Matteo a Genova, opera di Antonio Alari nel 1773[3]. E’ in questo gruppo che si inseriscono ora le due inedite consoles d’applique delle quali si scrive, assai prossime al disegno di Petondi. Oltre al tema ornamentale delle canne, di cui si è detto, accomuna i mobili al disegno una rocaille, resa da sgorbie agili e nervose,  svuotata e ingentilita da delicati bouquet di fiori. La datazione del disegno al 1770 calza inoltre perfettamente anche per i nostri mobili che, a ben guardare alcuni dettagli come il nastro attorcigliato attorno ad un sottile bastone sulle gambe, sembrano già sensibili alle prime avvisaglie del gusto Luigi XVI che proprio in quegli anni andava diffondendosi a Genova. Completano i mobili due piani di Breccia d’Arzo; materiale proveniente da una  del Canton Ticino il cui impiego in mobili di pregio è documentato a Genova in alcuni esemplari. I mobili provengono dalla Villa ducale di Stresa – come testimoniano i cartigli di inventario apposti sui mobili e recanti la data 1890 – residenza di Elisabetta di Sassonia (1830-1912), moglie in prime nozze di Ferdinando di Savoia, e, in seconde dopo che rimase vedova nel 1855, di Nicola Giuseppe Elfinio, Marchese di Rapallo. La villa, che sino al 1848 era stata la residenza di Antonio Rosmini, luogo d’incontro dall’intellighenzia risorgimentale (Alessandro Manzoni, Niccolò Tommaseo, Ruggero Bonghi  per citare solo alcuni nomi), fu scelta da Casa Savoia per esiliare la duchessa Elisabetta che, a nemmeno un  anno dalla morte di Ferdinando, diede scandalo sposando  un gentiluomo del suo seguito.  Subito dopo l’arrivo della duchessa  la villa fu interessata da lavori di restauro e arredamento curati dall’architetto Pietro Bottini (1809-1872). Parte dei mobili, probabilmente anche quelli di cui si scrive,  furono inviati a Stresa dall’appartamento che la duchessa aveva abitato col marito Ferdinando di Savoia nel Palazzo reale a Genova o dalla guardaroba del palazzo stesso. Per cinquant’anni la villa, che dopo l’arrivo della duchessa prese il nome di “Villa ducale”, divenne uno dei luoghi più esclusivi di ritrovo della nobiltà europea sino al 1912, quando, oramai a ridosso della Grande guerra, l’anziana duchessa morì. © Riproduzione riservata


[1] Alvar Gonzàlez-Palacios, Il mobile in Liguria, Genova, 1996, p. 168, fig. 198 [2] Op.cit., p. 176, fig. 209 [3] Op.cit., p. 119, fig. 143

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