I mobili negli inventari del Palazzo Reale di Milano

 

Quattro sono gli inventari del Palazzo Reale di Milano che fotografano la reggia con i suoi arredi  in distinti momenti storici.

   Il primo risale al 1788.  Mostra il palazzo dell’arciduca Ferdinando e di Maria Beatrice d’Este così come lo misero a punto Giuseppe Piermarini e Giocondo Albertolli.  Dunque quello che più comunemente si immagina come il palazzo nel suo splendore neoclassico settecentesco. Solo la porzione centrale del primo piano è completa e arredata con mobili di chiara ispirazione neoclassica (specchiere, tavoli a console, finimenti di sedute). L’appartamento oggi chiamato “di riserva” non vi compare; probabilmente non era ancora completato.  Alcuni ambienti più intimi e prossimi alla galleria degli specchi, legati all’arciduchessa e alle sue dame, presentano mobili di gusto ancora Rococò. Nell’inventario sono totalmente assenti orologi sulle mensole dei camini, finimenti di candelieri, porcellane, bronzi, argenti, dipinti e quant’altro sarebbe lecito aspettarsi come degno completamento della ricchezza di una reggia.  E’ probabile che tutto ciò dipenda dal fatto che  questi appartenessero non alla  “Regia camera de’ Conti” che redasse l’inventario. Quello che non vi compare, ma che verosimilmente doveva essere presente nel 1788, probabilmente era di proprietà dell’Arciduca stesso e della sua consorte. Ma questa è una supposizione.

La Sala degli specchi prima dei bombardamenti del 1943

La Sala degli specchi  in una fotografia Alinari di prima della guerra

Il secondo è del 1799. Ferdinando ha lasciato il palazzo da ormai tre anni. Sono gli austriaci, rientrati per un breve periodo in città, a redigere questo inventario che fotografa un palazzo in gran disordine, incompleto nell’arredo dopo che, con i trambusti della guerra, era stato impiegato anche come caserma per le truppe francesi. A proposito dei divani della grande sala da ballo si rileva la loro perdita e si annota: “tutti i canapè sono stati venduti dai Francesi”.  Noi sappiamo, grazie ad una memoria del Canonico Mantovani, che questi avevano tentato anche di vendere tutti gli specchi dei trumeaux, ma non vi riuscirono perché la richiesta era troppo alta per i mercanti milanesi in quel momento a corto di liquidità.  In numerosi casi l’inventario rileva mobili “spostati” da un ambiente all’altro rispetto alle collocazione originarie – quelle arciducali che gli estensori di questo inventario evidentemente ricordavano bene -. Dalle cronache del tempo sappiamo che parte degli arredi arciducali  (tanto a Milano quanto a Monza) nell’estate del 1796 furono venduti dai francesi per pagare gli stipendi dei soldati dall’armée.  La grande “Anticamera dei Leyblaquay” (primo ambiente al quale si accedeva tramite lo scalone alla reggia) è trasformata in una sorta di deposito-laboratorio “per il lavorerio dei falegnami” con anche dei letti in ferro completi di materassi e coperte.  In una delle tre anticamere degli arazzi è annotato un “cumò impellizzato con ebano rosato” il cui “compagno” fu “trasportato in casa Belgiojoso ad un Comandante Francese”. In questo caso si rilevano, ma in modo approssimativo, dei quadri, ma anch’essi, si scrive, spostati da altri ambienti in cui erano collocati  prima del 1796.

   Il terzo è sempre austriaco e fu redatto l’anno del congresso di Vienna (1814). Fotografa il palazzo subito dopo i fasti dell’Impero Napoleonico. E’ un palazzo assai più ricco di quello che aveva lasciato Ferdinando nel 1796.  E’ apparato con tappezzerie assai lussuose, in gran parte recanti i simboli del potere napoleonico, e arredato con mobili da parata intagliati e dorati ma anche in mogano con marmi e bronzi dorati, i pavimenti sono tutti coperti da preziosi tappeti francesi. Gran parte degli arredi sono stati eseguiti in occasione della campagna di riallestimento intrapresa a partire dal 1804, di cui parla anche il Canonico Mantovani,  in previsione dell’incoronazione di Napoleone Imperatore del 1805.

   Il quarto fu steso nel 1909 dall’amministrazione di Casa Savoia e ci restituisce l’immagine del palazzo che fu consegnato  nel 1920 alla municipalità milanese con lo scopo di istituirvi un museo delle arti decorative. Ce lo mostra all’apice della ricchezza, con arredi stratificati nel corso di centotrent’anni,  poco prima che casa Savoia cominciasse a rimuovervi arredi e suppellettili destinati a Roma e alle sedi di rappresentanza italiane all’estero. E’ l’ultimo prima della distruzione del 1943, e l’unico dei  quattro in cui, finalmente, sono annotate anche tutte le ricche suppellettili e i dipinti. Vi compaiono gli arredi (fissi e mobili) di epoca arciducali, quelli di epoca napoleonica e quanto aggiunto dagli austriaci durante la restaurazione. Un gruppo di mobili in stile Napoleone terzo sono aggiunte ovviamente riconducibili a casa Savoia dopo il 1861.

    Inventari mancanti.

Non si conserva un inventario napoleonico del palazzo (ante 1814) che per certo fu redatto dal momento che gli arredi presenti nel palazzo in quel periodo sono tutti punzonati con le lettere M.R. e recano un cartiglio tipografico con numerazione progressiva e nome dell’ambiente nel quale il mobile su cui fu apposto stava.  Anche manca un inventario sabaudo verso il 1860, quando la nuova casa regnante prese possesso del palazzo, che è lecito ipotizzare dovette essere redatto. Le numerose numerazioni apposte a vernice sotto gli arredi testimoniano di altre campagne inventariali oltre alle quattro di cui si conservano i registri.

La Sala del Trono in una fotografia Alinari di prima della guerra

La Sala del trono in una fotografia Alinari di prima della guerra

   Guide

In sostituzione dell’inventario sabaudo verso il 1860, abbiamo una  Illustrazione storico-artistica dei reali palazzi edita a Milano nel 1863. Ma i mobili vi sono citati alla stregua di un accenno. A proposito degli arredi della sala detta “La rotonda”, ad esempio, si legge: “Il mobiglio ne è sontuoso di parati, di bronzi, di dorature: esso risponde all’eleganza ed alla ricchezza delle precedenti due sale”.  Di contro è il primo catalogo in cui compaiono precise descrizioni della quadreria che appare assai ricca. Apprendiamo, ad esempio, che tre degli strappi degli affreschi di Bernardino Luini  oggi a Brera, erano appesi nella grande “Anticamera degli uscieri a sinistra”.

L’ultima immagine del palazzo prima della distruzione la troviamo nella guida Il Palazzo Reale di Milano redatta da Antonio Morassi e  pubblicata dal Ministero della Educazione nazionale nel 1936.  Non si fa nessun accenno al Museo delle arti decorative di Palazzo reale allestito da Guido Marangoni ed aperto nel dicembre del 1922 . Non poteva essere altrimenti: erano passati oramai quattordici anni “dell’era fascista” e quel museo, rivolto ai giovani artigiani e artefici dell’industria del mobile lombarda,  era stato il frutto di un fervente socialista, ed era un museo, nelle intenzioni programmatiche, profondamente socialista. Morassi ignora completamente il mobilio,  nota solo le grandi torcere in legno della  Rotonda, le volte con i fini stucchi dell’Albertolli  e il pavimento della camera da letto dell’Imperatore, “opera pregevolissima della bottega del Maggiolini – ebanista e mobiliere celebratissimo – .  Vi sono invece descritti con grande precisione i dipinti, assai numerosi soprattutto quelli di storia risorgimentale.  Le immagini degli interni che arricchiscono la piccola guida,  realizzate dagli Alinari, sono l’ultimo – e l’unico-  documento fotografico del palazzo.  Mancano solo sette anni alla sua distruzione.  Saranno ripubblicate dal Bascapé nel dopoguerra nel volume Il Regio Ducale Palazzo di Milano dai Visconti ad oggi.  Le lastre originali in vetro sono ancora conservate presso il Civico archivio fotografico del Comune di Milano.

La situazione durante la guerra  (1940-1945).

Ciò che non è mai stato approfondito attraverso le fonti documentarie, forse perdute, forse non note perché mai cercate nel posto giusto,  è la storia di come il palazzo fu svuotato in previsione dei bombardamenti attorno al 1942-43. Esistevano protocolli ministeriali, precise direttive sulle evacuazioni dei palazzi, forti anche delle esperienze della guerra 1915-18. Per certo il soprintendente del tempo fu incaricato dell’evacuazione del palazzo dal quale furono rimossi tutti i dipinti, ma anche gli arredi, come, ad esempio, i grandi lampadari del Salone delle cariatidi.  Ma nessuno ha mai parlato di queste pratiche  che certo  furono redatte dagli uffici ministeriali del tempo.  Le  immagini fotografiche del palazzo oggi presso la Fondazione Treccani e rintracciate da Sandrino Schiffini, già direttore di Palazzo reale,  mostrano la distruzione  delle sale, ma nessun brandello di arredo. Dunque il palazzo fu svuotato prima dell’agosto del ’43, come le esperienze di altri palazzi italiani documentano e i mobili non andarono distrutti, almeno dalle bombe.  Non sappiamo dove furono immagazzinati i dipinti e i mobili, ma anche le suppellettili (bronzi, servizi da tavola, porcellane e quant’altro).  Ancora oggi si conservano i lampadari della Sala delle cariatidi nelle soffitte della Certosa di Pavia, dove chi vi ha fatto visita  ricorda ancora negli anni Ottanta del XX secolo casse con ceramiche e altre suppellettili.  Ciò che vi è di certo è che non tutto rientrò dopo la guerra, visto anche che il palazzo distrutto  non poteva più accogliere il suo contenuto.   Non è raro oggi incontrare arredi recanti gli inventari del palazzo sul mercato antiquario italiano, europeo, e anche in collezioni private.

La terza Sala degli arazzi  del Palazzo reale di Milano prima del 1943

La terza Sala degli arazzi in una fotografia di Edoardo Lacroix di prima della guerra

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