Lo studiolo del canonico Lucini

La Milano che si apre al Settecento sotto il nuovo dominio di casa Asburgo dopo la Pace di Rastadt del 1714, è ancora la città chiusa nelle mura spagnole raccontata da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi al tempo dell’ultima peste del 1630. Del 1737 è la guida in cinque volumi di Serviliano Latuada che descrive una città ricca di storia, di monumenti, palazzi, chiese. La grande carta della città che apre il primo volume è un gesto d’orgoglio che restituisce però l’immagine di una città vecchia, ingombra di centinaia d’antiche chiese, conventi, corpi santi e luoghi pii brulicanti monaci come un dipinto del Magnasco.

Le botteghe artistiche che l’avevano fatta capitale europea del lusso nel corso del Cinquecento sono oramai irrimediabilmente perdute dopo oltre un secolo di cattivi governi, crisi economiche e terribili pestilenze. Il potere della curia controriformata, prima con Carlo Borromeo e poi con suo nipote Federico, al quale va riconosciuto il merito di essere il fondatore di una meravigliosa Biblioteca, è assoluto e opprimente, riguarda tutti gli aspetti della vita pubblica e privata. Un senso di cupa religiosità domina la città, le sue espressioni artistiche; anche il gusto dell’abitare è improntato a un che di sacrestia in costante penombra, profumo inteso e permanente d’incenso. I sacrifici imposti da questo clima penitenziale rendono i lussi del vivere peccati insopportabili in una città, per dirla con Pasolini, “dolorante per ricatto puritano”.

Non a caso l’unico mobile di un certo valore oggi conservato di tutto Seicento è lo studiolo fatto costruire dal ricco ed erudito canonico della Cattedrale di Como Quintilio Lucini Passalacqua (1576-1627) nel 1613. Il fronte è a foggia di palazzo su due ordini marcati da colonne secondo Vignola. Un portale e cinque incorniciature di finestre dall’alto basamento con colonne dai capitelli Jonici e Corinzi in argento che sorreggono timpani, scandiscono la facciata. Nelle nicchie sono collocate statuette di avorio – opera dello scultore francese attivo a Roma Guillame Berthelot (1575 ca. – 1648) che finirà la sua carriera in Francia alla corte di Maria de Medici – rappresentanti i Sensi secondo l’Iconografia di Cesare Ripa. L’insieme è ben proporzionato e finemente eseguito in ebano, noce e radica di noce. Piccoli rami dipinti dal Morazzone (1573-1626) decorano i basamenti delle cinque finestre. Rappresentano Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso (Gusto), la moglie di Loth tramutata in statua di sale (Vista), Oza che muore per aver toccato l’Arca di Dio (Tatto), Saul che si uccide per aver dato ascolto alla pitonessa (Udito) e Dio che rifiuta di ascoltare i giovani che hanno odorato i fiori davanti all’altare (Odorato).

L’erudito programma iconografico del mobile fu spiegato dallo stesso canonico in un libricino dato alle stampe nel 1620. L’architettura di matrice classica è la casa della Ragione tentata dai Sensi con esempi biblici a sfondo pedagogico; cristalli di rocca, diaspri, rubini, zaffiri e smeraldi, scelti per le loro simbologie, decorano il tutto assieme a due panoplie in argento che incorniciano le tribolazioni del peccato che conducono alla morte. Il secolo, lo si è detto, è quello di Carlo Borromeo, tribolato e appestato; il canonico, pur colto e ricco collezionista, visse ossessionato delle angosce del suo tempo dedicando non poco tempo e soldi a questo mobile lussuoso e pedagogico.

You must be logged in to post a comment