Lotto riscoperto all’Accademia Carrara di Bergamo. Una questione di fact checking

Che la storia delle Arti decorative in Italia goda di scarsa, quasi nulla considerazione non è una notizia. La notizia è la mostra Un Lotto riscoperto allestita all’Accademia Carrara di Bergamo (a cura di Emanuela Daffra e Paolo Plebani, dal 3 dicembre 2016 al 26 febbraio 2017) incentrata sulla riscoperta di una tarsia, copia della Creazione di Adamo di Francesco Capoferri (dopo il 1490-1532) su disegno di Lorenzo Lotto, inserita nello straordinario ciclo di commessi lignei del coro della chiesa di Santa Maria Maggiore a Bergamo e considerata da Bernard Berenson (1895) “una delle più profonde e immaginose invenzioni lottesche”.

La scoperta merita però di essere riguardata con attenzione poiché rappresenta, a nostro avviso, una dimostrazione dello stato disastroso in cui versa la storia delle arti decorative in Italia anche quando patrocinate da una delle principali istituzioni museali del paese.

Di proprietà del Luogo Pio Colleoni di Bergamo, questa versione della Creazione di Adamo è una tarsia lignea già nota agli studi. Considerata anonima copia cinquecentesca, più recentemente è stata avanzata l’ipotesi che possa essere opera dell’intarsiatore bergamasco Giacomo Caniana (1750-1802). L’attribuzione a Caniana non è basata su documenti ma non risulta campata per aria poiché l’intarsiatore lavorò lungamente al restauro delle tarsie di Capoferri, lasciando sulle stesse anche la propria firma ancora oggi visibile. Non solo, Caniana realizzò per la Cappella Colleoni di Bergamo le splendide tarsie degli stalli che, va però detto, presentano una superba qualità e caratteristiche tecniche che le rendono imparagonabili all’opera in questione.

La storia critica della tarsia in mostra a Bergamo è dunque modesta; nemmeno stupisce qualcuno che nel contesto del Luogo Pio Colleoni sia conservata una copia di una delle celebrate tarsie del coro. Tutto ciò fino quando non viene recentemente riscoperta da Emanuela Daffra, curatrice della mostra il cui saggio in catalogo così esordisce:

Decontestualizzare un oggetto, renderlo incongruente con l’ambiente che lo circonda, può avere opposti esiti. Può farlo scomparire a ogni sguardo critico oppure caricarlo di magnetismo, sempre per la sua incongruenza. Sulla tarsia raffigurante La Creazione che qui si presenta hanno giocato, in tempi diversi, entrambi questi effetti.

Ma perché studiare un’opera d’arte decontestualizzandola dal contesto storico, perfettamente congruente, che la espresse?

Che non sia una semplice copia è evidente se si applica il metodo, scrive ancora la curatrice, del “trova le differenze di enigmistica memoria” tra questo quadro e la tarsia collocata nel coro. Grazie a questo infallibile metodo critico è possibile dimostrare senza esitazioni, in nemmeno quaranta righe, d’essere in presenza dello straordinario capo d’opera eseguito per dar prova delle proprie abilità da Capoferri su disegno di Lotto e rifinito dallo stesso Lotto entro il 1523. La prova regina è la “suprema qualità della profilatura”, cioè del disegno dei dettagli minuti inciso a bulino sul legno. Tutto ciò è pura folgorazione, perdita di orientamento dovuta al magnetismo che questo infido quadretto ha esercitato sull’ago della bussola dei poveri curatori.

Capoferri e Lotto La creazione di AdamoAnche noi ci applichiamo in questo giochetto e notiamo subito alcune differenze che fanno della Creazione in mostra alla Carrara, una versione dal punto di vista compositivo mal risolta. Rispetto all’originale che presenta un formato quasi quadrato (41,8×43,6 cm.), nell’intento di conferire al quadro in mostra una più convenzionale forma rettangolare (40×54,3 cm.), è stato aggiunto sul lato destro un largo margine campito in radica di noce, con un effetto puramente decorativo; uno striminzito alberello che sbuca nell’angolo destro, non risolve la composizione. In quella di Capoferri/Lotto, perfettamente risolta con l’inserimento del cono di luce rappresentante l’universo nella forma quadrata del pannello, il materiale di fondo (radica di noce) definisce piccoli angoli di un cielo denso di nubi e tempestoso, il materiale è impiegato per la sua forza figurativa. Il manto del Creatore che in Capoferri/Lotto è definito nel drappeggio da un legno bruno commesso a piccole tessere finemente ombreggiate, nel quadretto Colleoni è un’ampia tessera nera, una piatta silouette.

IMG_7971Confronto addirittura imbarazzante è poi quello tra i piedi prensili e scimmieschi del Creatore nel quadretto Colleoni, e quelli della corrispondente figura magistralmente intarsiata da Capoferri.

Altro elemento che colpisce immediatamente chi abbia confidenza con le antiche tarsie è come i legni del quadretto in mostra presentino un’ossidazione leggera, incompatibile con mezzo millennio di esposizione all’aria e alla luce. Ben altra “patina” mostrano i legni della nel coro. E’ oltremodo evidente la luminosità ancora accesa della campitura d’acero con cui è reso l’universo. La bella radica di noce non sfigurerebbe su un’etagère, su un tavolino, insomma su un mobile di primo Ottocento.

IMG_7973Che dire soprattutto della tessera in legno rosso scuro e cangiante – che pare proprio essere di mogano – con la quale l’ignoto intarsiatore ha realizzato il piccolo leone sulla destra? Siamo in presenza di un’essenza lignea di cui Capoferri non poteva certamente disporre negli anni in cui lavorava a questo ciclo; non risulta che questo materiale sia giunto dalle Antille in Italia ad uso di ebanisti e intarsiatori prima della fine del XVIII Secolo.

Come può questo quadretto, opera di un intarsiatore modesto che copia modificando con scarse capacità compositive e tecniche il quadro di Capoferri/Lotto, essere ora considerato addirittura il capodopera della straordinaria coppia Capoferri-Lotto “per convincere i committenti”?

Secondo la magistrale ricostruzione, su solida base documentaria, compiuta da Francesca  Cortesi Bosco nel volume Il coro intarsiato di Lotto e Capoferri per Santa Maria Maggiore (1987), il capo d’opera che Capoferri presentò ai deputati della Misericordia è L’annunciazione, ancora oggi visibile nel coro, eseguita entro la primavera del 1522. Il pannello purtroppo non è in buono stato di conservazione e risulta pesantemente restaurato,  la profilatura di Lotto abrasa e successivamente rinforzata con scarsa abilità da un restauratore. Di contro puntualmente documentata nel libro di conti della Misericordia è l’esecuzione, nel 1523, della Creazione di Adamo.

Tutto questo lavoro di attenta filologia, compiuto in cinquecento pagine da Francesca Cortesi Bosco, sembra poco importante per l’assunto critico della mostra. Ciò che conta e quanto emerge dal confronto tra i due quadri – anche impossibile nelle due brutte immagini in catalogo – ossia la“suprema qualità della profilatura di mano di Lotto” del quadretto Colleoni.

Lotto Caino e AbeleMa di quale suprema qualità della profilatura si parla? Per chi abbia confidenza con le tarsie rinascimentali, è evidente come nel quadretto Colleoni questa risulti lavoro di un poco più che mediocre incisore che tratteggia con un incrocio chiaroscurale e definisce dettagli anatomici in modo approssimativo. Se si vuole godere della bellezza delle profilature di mano di Lotto – che perfezionano i magistrali commessi lignei di Capoferri –  si deve piuttosto guardare alla tarsia con il  Caino e Abele (1524) dove la “superba profilatura di Lotto” è per davvero tale e ancora perfettamente apprezzabile. I volti sono di una bellezza toccante e davvero vi si sente la mano di Lotto impugnare il bulino che solca il legno alla stregua di una matita che scorre sul foglio. Si osservi magari anche il dettaglio dei piedi…

Lotto 2 buona copiaVa poi detto che anche i quadri non profilati da Lotto presentano una profilatura di qualità sostenuta. Si guardino, ad esempio, la grande tarsia di Giuditta e Oloferne (1527) o quella di  Davide e Golia (1526) qui a fianco, profilate da Ludovico da Mantova nel 1530. Non sono più di una decina i quadri profilati da Lotto prima che l’artista, per dissidi di carattere economico con la committenza dell’opera, rifiutasse di continuare questo lavoro impegnativo e mal pagato.

La curatrice confronta la profilatura del quadretto Colleoni con quella di un dettaglio dell’Annunciazione del 1521. E’ l’unico confronto sensato del saggio in catalogo; però andava letto, a nostro avviso, diversamente. La bellissima Annunciazione è uno dei quadri più sciupati e restaurati del ciclo dove ben si vedono le riprese della profilatura proprio nel manto della madonna che la studiosa avvicina al mando del creatore del quadretto Colleoni.

Di chi sia opera il “Lotto riscoperto” allo stato degli studi non possiamo dirlo; sull’epoca qualche certezza in più è lecito averla. Cosa ci faccia presso il Pio Luogo Colleoni non è un mistero per il quale vadano immaginate risposte fantasiose:

Non è documentato ma è plausibile pensare che la prova, bellissima ma impossibile da mettere in sequenza per la differenza delle misure, fosse restata nelle mani di uno dei committenti, che possiamo immaginare più degli altri attento e vorace.

E’ piuttosto un dato di fatto come si è visto del tutto plausibile e imprescindibile per gli studiosi che si vorranno cimentare nel sciogliere questo piccolo rebus.

Vale la pena a questo punto ricordare come siano piuttosto comuni tarsie di artisti attivi tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento ispirate all’opera dei grandi del Rinascimento. Proprio a Bergamo, presso la chiesa di San Bartolomeo dove furono riunite le tarsie superstiti che Fra Damiano aveva eseguito per il distrutto monastero di Santo Stefano, si conserva ancora oggi una tarsia di gusto rinascimentale su disegno di Giuseppe Diotti firmata Luigi Mascarone, poco noto ebanista e intarsiatore che ci ha lasciato, modesti mobili nei modi di Maggiolini. A Vercelli furono lungamente attivi Ignazio e Luigi Ravelli che, riguardando le tarsie del cremonese Francesco Sacca, si cimentarono in commessi di grande fascino su modelli di Galli Bibbiena e dei fratelli Galliari. Questi due semplici esempi, ma se ne potrebbero fare molti altri, dimostrano come numerosi intarsiatori si cimentarono nel tentativo di emulare l’intarsio rinascimentale ben prima che la storiografia, con il Der Cicerone di Burckhardt riscoprisse questa stagione della storia delle “Arti minori”, prima che a Bergamo giungesse Berenson per riguardare – senza troppo apprezzarle, in verità – le tarsie di Capoferri alla ricerca di Lotto.

Rimane il rammarico che un’istituzione come l’Accademia Carrara, uno dei luoghi del Sapere della Storia dell’Arte, produca questa mostra, nel nome di Lotto. Si fa fatica a immaginare una storia dell’arte peggiore di questa, frutto di un modus operandi che denota una totale mancanza di metodo scientifico e di capacità di analisi formale – accompagnata da una buona dose di presunzione non rara negli storici delle “Arti maggiori” quando si avventurano in quel territorio ancora poco noto e bistrattato che sono le “Arti minori”.

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