Un mobile esempio di virtù

La Milano secentesca è la città che, chiusa nelle mura spagnole, fa da sfondo alle vicende dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni al tempo della peste del 1630. La sua esatta descrizione è quella che ne farà, nel 1737, Serviliano Latuada nella sua Descrizione che restituisce l’immagine gloriosa di una città vecchia, ingombra di centinaia d’antiche chiese, conventi, corpi santi e luoghi pii brulicanti monaci come un dipinto di Alessandro Magnasco.

Le botteghe artistiche che l’avevano fatta, con la lavorazione dei metalli e del cristallo di rocca, una delle capitali europee del lusso nel corso del Cinquecento, sono a irrimediabilmente perdute grazie a cattivi governi, crisi economiche e terribili pestilenze. Il potere della curia controriformata, prima con Carlo Borromeo e poi con suo nipote Federico, è assoluto e opprimente, riguarda tutti gli aspetti della vita pubblica e privata. Un senso di cupa religiosità “a mezzo lutto” domina la città, le sue espressioni artistiche; anche il gusto dell’abitare è improntato a un che di sacrestia in costante penombra, profumo inteso e permanente d’incenso. I sacrifici imposti da questo clima penitenziale rendono i lussi del vivere peccati insopportabili in una città, per dirla con Pasolini, “dolorante per ricatto puritano”. La magnificenza del Barocco non giungerà mai per tutto il corso del ‘600 a influenzare la decorazione e il mobilio milanese. Piuttosto un senso di classicità austera permeò nella loro città l’età dei Borromeo.

L’unico mobile profano milanese oggi conservato di tutto Seicento capace di reggere il confronto con quanto si andava facendo nel resto d’Italia, è lo studiolo fatto costruire dal ricco ed erudito canonico della Cattedrale di Como Quintilio Lucini Passalacqua (1576-1627) nel 1613 – oggi conservato presso le raccolte artistiche del Comune di Milano. Arte, lusso e un solido programma morale s’intrecciano indissolubilmente. Il fronte è a foggia di palazzo su due ordini marcati da colonne secondo l’ordine di Vignola. Un portale e cinque incorniciature di finestre dall’alto basamento con colonne dai capitelli Jonici e Corinzi in argento che sorreggono timpani, scandiscono la facciata.  Nelle nicchie sono collocate statuette di avorio – opera dello scultore francese attivo a Roma Guillame Berthelot (1575 ca-1648) che terminerà la sua carriera in Francia alla corte di Maria de Medici – rappresentanti i Sensi secondo l’Iconografia di Cesare Ripa. L’insieme è ben proporzionato e finemente eseguito in ebano, noce e radica di noce. Piccoli rami dipinti da Pier Francesco Mazzuchelli, detto il Morazzone (1573-1626) decorano i basamenti delle cinque finestre. Rappresentano Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso (Gusto), la moglie di Loth tramutata in statua di sale (Vista), Oza che muore per aver toccato l’Arca di Dio (Tatto), Saul che si uccide per aver dato ascolto alla pitonessa (Udito) e Dio che rifiuta di ascoltare i giovani che hanno odorato i fiori davanti all’altare (Odorato).

L’embricato programma iconografico del mobile fu spiegato dallo stesso canonico in un libriccino dato alle stampe nel 1620. L’architettura di matrice classica è la casa della Ragione tentata dai Sensi con esempi biblici raffigurati nei rami del Morazzone; castoni di cristalli di rocca, diaspri, rubini, zaffiri e smeraldi, scelti per le loro simbologie, arricchiscono la facciata assieme alle panoplie in argento che incorniciano le tribolazioni del peccato che conducono alla morte stigmatizzate dalle sculture dei sensi. Il secolo, si diceva, è quello di Carlo Borromeo, tribolato e appestato; il canonico, pur colto e ricco, visse ossessionato delle angosce del suo tempo dedicando non poco del proprio tempo e del proprio denaro a questo mobile, lussuoso ma pedagogico come una predica che gli rese accettabile il godimento domestico di un lusso altrimenti intollerabile nella Milano di quel tempo.

Bibliografia:

E. Colle, Museo d’Arti Applicate. Mobili e intagli lignei, Milano 1996, scheda 261; C. Alberici, Il mobile lombardo, Milano 1969, pp. 66-67; G. Nicodemi, “L’artificiosissimo scrittorio” di Quintilio Lucini Passalacqua conservato nel Castello Sforzesco di Milano, in «Aevum», luglio-agosto 1941, pp. 281-315; Q. Lucini Passalacqua, Quattro lettere istoriche del Sig. Quintilio Lucini Passalacqua Dott. di Leggi, e Can. de la Cattedrale di Como, Como 1620, pp. 421-466

 

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