Un mobile inedito di Giovanni Maffezzoli “celebre intarsiatore cremonese”

Gli studi sull’intarsiatore cremonese Giovanni Maffezzoli  (Cremona 1774 – 1818) non hanno mai goduto di grande fortuna.  Due sono le menzioni ottocentesche: quella di Stefano Ticozzi[1] e di Demetrio Carlo Finocchietti[2] alle quali si somma il racconto dell’apprendistato presso Giuseppe Maggiolini di Giacomo Antonio Mezzanzanica nel 1878[3]. Il primo contributo novecentesco spetta a Luisa Bandera e risale al numero settembre-ottobre di “Antichità viva” del 1964. La storica per la prima volta raccoglie un gruppo di mobili, a quel tempo inediti, conservati in palazzo Mina Bolzesi e in alcune collezioni private cremonesi. Rimane ad oggi, dopo cinquant’anni, lo studio di riferimento sull’opera di Giovanni Maffezzoli. A questo si rifà, nel 1969, Clelia Alberici[4] che pubblica due inediti secrétaires  – solo uno dei quali ci pare però oggi credibilmente attribuibile su base stilistica a Maffezzoli. Il contributo successivo risale al 1980. E’ un articolo di Alvar Gonzàlez-Palacios in “Antologia di Belle Arti”[5], poi ripubblicato ne Il Tempio del gusto, che aggiunge al corpus di opere riunito dalla Bandera un gruppo di mobili, accumunati dal medesimo impianto architettonico e da ampie tarsie lignee con vedute architettoniche, progressivamente identificati dallo studioso quando uscirono, nel corso degli anni Settanta, sul mercato antiquario italiano e internazionale. Del 1998 è un contributo di Mario Tavella su “Antologia di belle Arti”[6], dedicato esclusivamente ai quadri a tarsia che Maffezzoli eseguì, a partire dal 1810 circa, su disegni di Giuseppe Diotti (1779-1846) e Luigi Sabatelli (1772-1850) e che grande successo ebbero, al tempo, negli ambienti dell’accademia di Parma e di Milano. Allo stesso argomento è dedicata la plaquette della galleria antiquaria Carlo Virgilio di Roma curata da Roberto Valeriani nel 2005 in cui sono presentati due di questi quadri[7].

Un inedito mobile di Giovanni Maffezzoli

Giovanni Maffezzoli, comodino intarsiato in legni vari. 1800-1810. Collezione privata

Vale dunque la pena di illustrare un piccolo mobile inedito, recentemente ritrovato in una collezione privata, con ogni evidenza attribuibile, al confronto con i mobili noti, all’intarsiatore cremonese.  Si tratta di un comodino o, per dirla nella lingua del tempo, di uno “sciffone”. L’impianto costruttivo del mobile è derivato da quanto andava facendo in quegli anni Giuseppe Maggiolini; né poteva essere altrimenti poiché nella  bottega di Parabiago il giovane intarsiatore si era formato tra il 1788 circa e il 1795, quando risulta rientrato a Cremona. Anche l’organizzazione compositiva delle superfici attorno alle cartelle ottagonali in cui trovano spazio vedute con rovine e, sul piano, un rosone all’inglese, deriva da Maggiolini. Maffezzoli la fa propria, un poco semplificandola come si vede anche  in alcuni dei mobili resi noti da Luisa Bandera[8], componendo superfici ad intarsio ben armonizzate e finemente eseguite. Curato il cromatismo grazie all’accostamento di legni nostrani, quali il noce, l’acero e l’acero tinto verde, a essenze più rare per quel tempo quali il palissandro, il bois de rose e un chiaro e difficilmente identificabile con un nome preciso, che nel nostro mobile definisce le incorniciature e le gambe incorniciato da filettature di acero e palissandro. Assai curati e ricchi di dettagli sono i tre capricci architettonici nelle riserve ottagonali; su un fianco con accenni addirittura Neogotici. Secondo  l’uso del suo maestro, che qui Maffezzoli dimostra di aver ben appreso, intarsia con tessere minute di acero, acero tinto verde, bosso e noce, ben ombreggiate nella sabbia arroventata. Curata risulta anche la qualità di taglio e la disposizione delle le fibre in modo da rendere luminosa e cangiante alla luce la superficie. Rispetto alle prime e giovanili opere eseguite da Maffezzoli al suo rientro a Cremona, come ad esempio il tavolo pubblicato dalla Bandera – firmato e datato 1795 – e in generale i mobili già  presso palazzo Mina Bolzesi, il  piccolo mobile in questione presenta una qualità esecutiva più sostenuta, una raffinatezza tonale delle tarsie architettoniche che sembra già preludere ai risultati che Maffezzoli otterrà, a partire dal 1810 circa, nei quadri storici su disegni di Giuseppe Diotti e Luigi Sabatelli.

[1] S.Ticozzi, Dizionario degli architetti, Scultori e Pittori, Milano, 1830, Tomo I,, p. 367  [2] D.C.Finocchietti, Della scultura e tarsia in legno dagli antichi ai tempi nostri. Notizie storiche monografiche, Firenze, 1873, p. 208  [3] G.A.Mezzanzanica, Genio e lavoro. Biografia e breve storia delle principali opere di Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, Milano, 1878,  p. 105  [4] C.Alberici, Il mobile lombardo, Milano, 1969, p. 19 e p.198 e sgg.  [5] A.Gonzàlez-Palacios, Giuseppe Maggiolini: un capolavoro certo, uno incerto e vari appunti sui seguaci. In: “Antologia di Belle Arti”, nn.15/16, pp. 173-186. Ripubblicato in: Il Tempio del gusto, Milano, 1986, Vol. I, p. 286 e sgg., Vol. II, figg. 629-646  [6] M. Tavella, Tarsie di Giovanni Maffezzoli. In: “Antologia di Belle Arti”, Torino, 1998, nn.55-58, p. 163 e sg.  [7] R.Valeriani, Due quadri a tarsia di Giovanni Maffezzoli, Roma, 2005  [8] L.Bandera, Op.cit., figg.11, 27, 29

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