Un piano in scagliola dall’Antico

Il tema della diffusione dell’Antico che andava emergendo dagli scavi di Ercolano e Pompei nel Settecento attraverso le immagini che di esso circolavano grazie a grandi imprese editoriali come Le antichità di Ercolano esposte che Carlo III di Borbone patrocinò,  è argomento affascinante quanto cruciale della storia delle arti della decorazione tra Settecento e Ottocento.  La storiografia in merito e ampia, erudita, riguarda la pittura e la scultura, soprattutto quella ornamentale – pensiamo a Filippo Tagliolini -, la porcellana, i Works of art, il mobilio.  Non vi fu settore delle arti della decorazione che non sia stato coinvolto, che non abbia tratto ispirazione e anche forza produttiva da questo immenso repertorio rigenerante per l’arte che fu l’Antico in epoca neoclassica.  E’ il caso, in Inghilterra, della produzione di Sir Joshua Wedgwood, di quanto fu fatto a Sevres e in Italia della Real fabbrica di porcellane di Napoli, il cui capolavoro fu il cosiddetto Servizio etrusco verso il 1785.   Ma i libri e le stampe, che ebbero una grandissima diffusione, mostrano un antico lontano, capriccioso, lascivo e misterioso che la grafica rende astratto, dunque perfetto per essere impiegato all’abbisogna nelle arti della decorazione.  Roma è invece la capitale di un antico ancora vivo, quotidiano ma nello stesso tempo immaginifico, sublime come nelle tavole di Giovanni Battista Piranesi. Questa è la Roma che vedono i viaggiatori che vi arrivano tra Settecento e Ottocento.  Questa è la Roma in cui lavorarono i grandi protagonisti delle arti della decorazione: gli scultori Pacetti, Franzoni, Tagliolini, Albacini, Volpato, gli artefici di sublimi oggetti d’arte Valadier, Righetti e Boschi, i  mosaicisti come Raffaelli e Ciuli. Sono i nomi più noti, quelli dei protagonisti che furono affiancati da una schiera di comprimari, artigiani delle più disparate discipline i cui nomi oggi riemergono dalle carte della storia di un’industria d’arte che fu, proprio a cavallo dei due secoli, la più florida realtà industriale della città pontificia e che ci ha lasciato capolavori della storia delle arti decorative. Uno di questi artigiani fu Vincenzo Angeloni. Il suo nome compare, nel 1809, nelle Memorie Enciclopediche Romane di Giuseppe Antonio  Guattani. Vi è ricordato come uno specialista dell’arte della scagliola, tanto che collaborò alla realizzazione di un celebre desert in marmi e bronzi di Luigi Boschi commissionato dalla dama milanese Teresa Crivelli[1].

4619 132 5911Ed è a questo abilissimo  artigiano che ci sembra vada attribuito il piano in scagliola dall’Antico che qui si presenta, una delle più belle realizzazioni di quest’arte, ancora ignota agli studi, eseguito tra l’ultimo decennio del Settecento ed il primo del secolo successivo.  L’attribuzione, ad un confronto con le rarissime opere certe dell’Angeloni oggi note, è indiscutibile. Vale, a questo proposito il raffronto tra il nostro e quello di una console in collezione privata, firmato Vincenzo Angeloni e datato 1795. Il piano in questione è però di una complessità compositiva e ornamentale ben superiore a quella delle sue cose finora note dell’Angeloni. Al centro, in una riserva ottagonale oblunga, è la nascita di Venere, in due circolari più piccole, alla destra e alla sinistra di questa, sono due tritoni. Sul vasto campo bianco centrale si dispiegano grottesche con girali fogliacei, bracieri, arpie canefore e cigni. L’insieme è assai ben congeniato, incorniciato da una bordura, anch’essa di sapore archeologico. Non possiamo non notare come il gusto sia davvero molto prossimo a quello che caratterizza i tableaux dei parafuochi che Robert Adam disegnò per alcune stanze di Osterley Park entro il 1780[2] .  Forse Angeloni conosceva quei lavori? Non sappiamo ma è lecito pensare che simili scagliole venissero eseguite proprio per il mercato inglese.

Fig.3

Ambito di Robert Adam- Parafuoco con grottesche per Osterley Park, 1782 ca.
Londra, Victoria and Albert Museum

Le misure fanno pensare che, in origine, il piano fosse destinato ad una piccola console dalla quale fu separato successivamente e accolto, attorno alla quarta decade dell’Ottocento, dall’attuale tavolo, probabilmente napoletano, realizzato ad-hoc per esporre un’opera,  già a quel tempo considerata una preziosa rarità.

[1] A.Gonzàlez-Palacios, Nostalgia e invenzione, Milano, 2010, p. 156

[2] M.Tomlin, Catalog of Adam Period furniture, Victoria and Albert Museum, 1972, p. 67

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