Gli antiquari veneziani

 

Da Ore italiane di Henry James, (traduzione di C.Salone, Garzanti, 2006, p. 48)

«Gli antiquari di Venezia hanno tutti il coraggio delle proprie opinioni ed è facile rendersi conto fino a che punto siano consapevoli di potervi confondere con un enigma senza risposta. Che cos’è l’intera città, se non un negozio di antiquariato, e cosa ci state a fare voi stessi, se non per collezionare oggetti scompagnati? “Noi li raccogliamo per voi”, dice l’onesto ebreo, i cui prezzi sono segnati in dollari, “è chi potrà rimproverarci se, visto che i fiori sono ormai quasi completamente spogli, aggiungiamo una o due rose artificiali alla composizione del bouquet?” Costoro si preoccupano, per dirla in breve, di aver sempre abbondanza di oggetti antichi e i loro affari vanno a gonfie vele; essi amministrano l’antidoto alla pedanteria, per cui è lecito volergliene, solo se non si è mai oltrepassata la soglia delle loro botteghe. Una volta varcato quel limite, sarete perduti, perché avrete dato l’addio alla vostra abituale correttezza. In quei momenti Venezia diventa senza infingimenti un grande gioco deprimente e abbagliante ad un tempo, in cui si perde la coscienza delle sue contraddizioni nella smorfia di una filosofia innaturale. Si tratta di una consolazione poiché le botteghe degli antiquari sono divertenti».

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