Glauco Lombardi, l’ultimo devoto suddito di Maria Luigia

 

Di Paola Tomezzoli

“Maria Luigia fu buona, materna, non vendicativa, munifica, giacché riempì Parma di doni, tra i quali il teatro; fu, come ho detto, la migliore sovrana, che dette alla città trentadue anni di governo mite e prudente”. La frase citata è di uno studioso locale, il professor Glauco Lombardi, raccoglitore di cimeli del ducato, cultore del ricordo della sovrana, in cui non vuole sorgere la minima macchia. Lo chiamano perciò popolarmente l’ultimo amante di Maria Luigi. Il suo interessante museo sarà raccolto nel Palazzo di Riserva.

Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1957

Glauco Lombardi fu collezionista, ma più di tutto fu studioso e instancabile ricercatore.  Lo animò il desiderio di restituire a Parma ciò che restava del suo patrimonio storico e artistico, ormai frantumato e disperso per l’Italia.  La sua indagine meticolosa, che durò il tempo di una vita, lo condusse a importanti scoperte, al recupero di opere d’arte e testimonianze documentarie di notevole interesse.  Lo si può di diritto annoverare nell’esiguo numero di coloro che, nel corso della prima metà del XX secolo, si dedicarono agli studi pionieristici delle arti decorative, riconoscendone l’importanza fondamentale che queste ebbero nella storia dell’Arte.

Lombardi nacque a Colorno il 28 ottobre del 1881, primogenito di un’illustre ed agiata famiglia del luogo che vantava nel proprio passato rapporti diretti con la corte di Maria Luigia e ancor prima con quella borbonica. Compì studi classici presso il ginnasio del R. Collegio Maria Luigia di Parma e nel 1907 conseguì l’abilitazione all’insegnamento della Storia dell’Arte; professione che non esercitò mai. La sua autentica passione per gli studi storici e artistici era alimentata dal fascino evocativo dei luoghi natii, testimoni caduti in oblio di gloriosi trascorsi. Prese corpo in lui una tenace convinzione : ricompensarli di ciò di cui erano stati privati, a cominciare da un’attenta e scrupolosa disamina delle loro vicende storiche. Fu così che ancor giovane studente intraprese un’accurata ricerca sugli edifici monumentali di Colorno che, spogliati e degradati, ospitavano dal 1873 un nosocomio psichiatrico. I suoi studi si concretizzarono nel saggio La Versailles dei Farnese che sebbene segnalato nel concorso Nazionale della Regia Accademia della Crusca del 1905 e nonostante l’interessamento dell’editore milanese Ulrico Hoepli, non venne mai pubblicato. E’ lo stesso Lombardi a spiegarne i motivi quasi cinquant’anni dopo : “ Scrissi allora, nel 1904, una monografia “La Versailles dei Farnesi che fu “per la bellezza ed utilità del tema e per l’assunto geniale” segnalata un anno dopo nel concorso nazionale della R. Accademia della Crusca, ma ad arrestarne una splendida pubblicazione (…) sopraggiunsero alcune mie considerazioni di carattere storico e patriottico. Da un lato occorreva perfezionare lo studio reso incompleto dalla divisione illogica e frammentaria dei documenti feudali e farnesiani fra gli archivi di Stato di Parma e Napoli ; e dall’altro rintracciare il materiale artistico disperso dalla spogliazione dei palazzi ducali dei farnesi effettuata nel 1734-36 da don Carlo di Borbone (…)”[1] Fu, in breve,  per un’innata inclinazione alla perfezione e forse per l’ambizione di consegnare alle stampe un’opera che non potesse essere oggetto di riesami ed emendamenti futuri.

Glauco Lombardi con la terracotta di Laurent Guiard "Il commiato di Enea da Didone".

Glauco Lombardi con la terracotta di Laurent Guiard Il commiato di Enea da Didone

Nel 1909 sull’ Archivio Storico per le Province Parmensi, periodico annuale di cui era socio corrispondente, apparve un’altra monografia, altrettanto fondamentale: Il Teatro Farnesiano. Note e appunti . Nel saggio il Lombardi pubblicò un centinaio di documenti inediti rinvenuti nel corso delle sue ricerche, come i rari e preziosi  disegni degli apparati teatrali e delle scenografie e corresse molte delle inesattezze che fino ad allora erano state scritte sull’imponente monumento farnesiano. Rinvenne anche il manoscritto del dramma La difesa della Bellezza dell’universo la cui messa in scena avrebbe dovuto inaugurare, nel 1618, il Teatro in occasione della visita a Parma del granduca di Toscana Cosimo II, ma che non fu mai rappresentato perché, ammalatosi, il principe dovette annullare il viaggio.

La determinazione e il rigore con cui conduceva le sue ricerche non scaturivano solo da una naturale e personale vocazione, ma erano animate da un forte senso civile il cui intento appare chiaro quando, nel 1912, fonda, assieme all’avvocato Giuseppe Melli,  intellettuale dagli ampi interessi,  “Aurea Parma” rivista quadrimestrale di storia, letteratura e arte. Nella presentazione della rivista i due fondatori esprimono con chiarezza i propri fini: “ Studiare lo svolgimento della vita di Parma nei diversi momenti storici; combattere in tutte le forme nelle quali si presenti l’incuria per le nostre glorie artistiche; affermare gli incontestabili diritti di Parma alle rivendicazioni dei preziosi monumenti di arte e di storia che le furono rapiti; […]”.  I termini non furono scelti a caso. Sebbene una certa retorica fosse consona allo stile dei tempi, il tono deciso e il sentimento di orgogliosa appartenenza risultano autentici.

Quella di Lombardi fu una vera e propria battaglia culturale, volta al recupero delle opere d’arte, dei preziosi oggetti e degli importanti documenti di cui Parma era stata spogliata e nel contempo ad alimentare l’amore e la conoscenza del proprio passato e delle proprie tradizioni culturali. L’occasione giunse propizia nel 1920. A seguito del  regio decreto del 3 ottobre 1919 che prevedeva delle modifiche alla dotazione della Corona a beneficio del patrimonio artistico nazionale, alcuni Palazzi Reali divennero proprietà demaniale e Lombardi ricevette l’incarico ufficiale di occuparsi del progetto che più gli premeva.  I risultati dell’indagine vennero raccolti in due scritti, pubblicati in “Aurea Parma”[2] : Come furono spogliati i nostri palazziCiò che Parma rivendica dei nostri Palazzi reali; quest’ultima  poté contare  sulla collaborazione del senatore Giovanni Mariotti (Parma 1850 – Roma 1935), archeologo e già sindaco di Parma per quattro mandati tra il 1889 e il 1914.  Mariotti fu fautore  di un importante progetto di risanamento e rinnovo urbanistico,  a tratti controverso, promosse e si dedicò personalmente a studi storici e archeologici e condivideva  con  Lombardi la volontà di riconoscere  e rendere a Parma il suo patrimonio artistico e culturale.   Nei due studi venivano elencati e descritti tutti gli oggetti preziosi  appartenuti  ai Borboni e  a Maria Luigia d’Austria che tra il 1862 e il 1868 erano stati asportati dai Palazzi dell’ex Ducato e ricollocati nelle regge sabaude in qualità di prestito temporaneo. Non dovette essere cosa da poco, perché tutto ciò che costituiva l’arredo dei Palazzi Ducali di Parma, Colorno e Sala Baganza non venne solo spartito e disseminato tra le Ville e i Palazzi Reali di tutta la Penisola, ma anche trasferito successivamente da un luogo all’altro. Il risultato della ricerca risuonava come un’autentica rivendicazione e questo era: si sollecitava la restituzione integrale di tutti gli arredi “illegalmente” asportati. La richiesta di Lombardi si scontrò con la resistenza dei direttori dei musei delle principali città italiane che avevano visto le loro collezioni impreziosirsi grazie alla “retrocessione al demanio” dei beni della corona, ma anche con le posizioni di una certa critica che riteneva del tutto infondate le rivendicazioni artistiche di Parma e Piacenza nell’ottica di quello spirito d’italianità che in quegli anni veniva sentito come più urgente di qualsiasi particolarismo territoriale. La contesa destò clamore, tanto da interessare non solo la stampa italiana, ma anche quella straniera, particolarmente quella francese. La cosa non deve stupire dal momento che gli arredi più preziosi di cui veniva rivendicava da parte di Lombardi la restituzione erano proprio francesi, portati in dote da Maria Luisa Elisabetta di Francia, detta “Babette” (Versailles 1927 – Versailles 1759 ), figlia di Luigi XV e Duchessa consorte di Parma dal 1748 al 1759. Purtroppo i risultati di questa accesa disputa furono alquanto deludenti per il nostro. Tutto ciò che se ne ottenne fu la restituzione tra il 1922 e il 1923  dell’Archivio delle Regge Parmensi, ritrovato da Lombardi a Palazzo Pitti e il recupero parziale della Quadreria Farnesiana, rintracciata nei magazzini del Reale Museo di Napoli.

Ennemond - Alexandre Petitot, consolle. Colorno, Palazzo Ducale. Fotografia di Glauco Lombardi con appunto autografo.

Console su disegno di Ennemond-Alexandre Petitot. Colorno, Palazzo Ducale.
Fotografia di Glauco Lombardi con appunto autografo

La delusione che dovette provare fu enorme. Ce ne lascia testimonianza ancora una volta su “Aurea Parma” facendo notare come i concittadini, in visita ai palazzi della Corte di Torino, Firenze e Napoli, non potevano non scorgere nei loro preziosi arredi “i monogrammi e gli stemmi dei principi di Parma, indice non dubbio della loro provenienza. E lo stupore cresce e rasenta lo sdegno”.

Ma il vero progetto destinato a compensarlo, almeno in parte, era ancora in serbo. Si era delineato nella sua mente ancora quando, giovanissimo, intuì che agli studi archivistici era necessario affiancare la frequentazione del mercato antiquario locale, per salvare quanto degno di nota fosse ancora disponibile. Iniziò quindi ad acquistare con scelta ed intelligenza le vestigia superstiti del periodo ducale, documenti e cimeli capaci di raccontare non solo la storia del luogo, ma anche delle persone che l’avevano vissuta. Uomo intelligente capì che non era attraverso la burocrazia, i ministeri e le soprintendenze che sarebbe riuscito a rendere il doveroso omaggio a Parma, ma solo attraverso un’operazione meticolosa e lucida, animata da un’autentica sensibilità collezionistica e da un profondo amore per la propria città.  Nel 1925 riuscì ad entrare in possesso di un importante nucleo di disegni dell’architetto  Ennemond-Alexandre Petitot (Lione, 1727 -Parma, 1801), primo architetto alla corte del duca Filippo di Borbone,  colui che non solo rinnovò lo stile architettonico di Parma rendendolo degno di una capitale ducale, ma che primo mostrò all’Italia la nuova maniera d’ornare in voga  a Parigi, preludio al gusto Neoclassico.  Giovandosi delle proprie conoscenze nella buona società parmense,  Lombardi  ottenne anche di acquisire ciò che rimaneva presso le famiglie dei ministri ducali e dei funzionari di Corte.

La sua personale raccolta si arricchì così nel 1934 dell’importante collezione napoleonica e di quella di Maria Luigia d’Austria, ancora in possesso del pronipote della  Duchessa il conte Giovanni Sanvitale (Parma 1872 – Bologna 1952), ultimo erede della famiglia.   Dal 1915 al 1943 la collezione fu ospitata negli ambienti di rappresentanza del palazzo di Colorno che per ventotto anni parve ritrovare la fama e il prestigio perduti. Purtroppo gli eventi drammatici della seconda guerra mondiale sancirono la fine di questa prima esperienza del Museo. Il 5 agosto del 1943 Lombardi ricevette l’ordine di “sgombro immediato” da parte dell’ amministrazione provinciale che reclamava la riconsegna degli ambienti all’Economato dell’Ospedale Psichiatrico. Così le collezioni vennero trasferite all’abitazione privata di Lombardi, sempre a Colorno, dove rimasero fino al 1961 quando, passati gli anni difficili del dopoguerra e dopo varie difficoltà burocratiche, si trovò la sede definitiva di quello che ormai era diventato il suo personale Museo : il Palazzo di Riserva, a Parma.  All’inaugurazione presenziò l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi (Pontedera 1887 – Roma 1978).

Glauco Lombardi e il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi all'inaugurazione del Museo Lombardi nel 1961

Glauco Lombardi e il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi all’inaugurazione del Museo Lombardi nel 1961

Durante la sua intensa vita Lombardi si interessò anche di fotografia, vanno ricordati i servizi realizzati nel 1915 sugli ospedali di Parma e Noceto, sul manicomio di Colorno e l’ospedale della Croce Rossa di Parma. La sua abilità di fotografo gli valse una collaborazione pluriennale  con il quotidiano  Il Resto del Carlino.

Glauco Lombardi si spense nel 1971, nella sua Colorno e  il Museo, come da sue volontà, venne donato alla città di Parma. Oggi, cinquant’anni dopo la sua ridondante inaugurazione, il Museo Glauco Lombardi ci sembra ingiustamente un po’ dimenticato. Sebbene aggiornatosi alle nuove tecnologie e quindi ben documentato sul web, pare vi ci si imbatta quasi per caso. Forse il motivo lo si avverte quando riesce di visitarlo. Nonostante la fastosità degli ambienti del Palazzo che lo ospitano, rinnovati nel 1764 dal Petitot ed ornati dagli stucchi di Benigno Bossi (Porto Ceresio,1727 – Parma, 1792)  e la presenza di oggetti sontuosi, come la Corbeille de mariage di Maria Luigia d’Austria, dono di nozze di Napoleone alla giovane sposa, malgrado le vestigia del periodo napoleonico, le pregevoli opere pittoriche, la raccolta di disegni ed incisioni riconducibili al Petitot e alla sua cerchia di artisti, quello che si presenta ai nostri occhi è il Museo di Maria Luigia e della sua piccola corte. Davanti agli acquarelli di Naudin che ritraggono le scene di vita familiare della Duchessa, in quello che fu il distrutto Palazzo Ducale, impossibile non pensare alle parole di Mario Praz che ne La Filosofia dell’Arredamento definisce i protagonisti di questi ritratti  “squisiti lillipuzziani”. Gli ambienti paiono in effetti sproporzionatamente grandi per la scena di semplice quotidianità che vi si svolge all’interno. Quella di Maria Luigia Duchessa di Parma fu una corte borghese.  Percorrendo le sale del Museo ed imbattendosi nelle sue lettere, i suoi disegni, i suoi servizi per il cucito e la pittura ci si sente profondamente lontani dal fasto che dovette conoscere la corte borbonica. Il mondo della “buona Duchessa” è misurato, minuto. Forse troppo lontano anche dal nostro.

Per la bibliografia aggiornata di Glauco Lombardi si veda:  F. Sandrini, M. Bianchi, Glauco Lombardi ( 1881 – 1970 ) molto più di un collezionista. In: “Quaderni del Museo”, N. 12, Parma, 2012.


[1] G.Lombardi, La Versaglia parmense nella storia delle Reggie italiane. In: “Aurea Parma”, anno XXXVII, fasc. 3, luglio-settembre 1953, Parma. 1953, pp. 164 e sgg. [2] G.Lombardi, Come furono spogliati i nostri Palazzi Ducali e G.Lombardi, G.Mariotti, Ciò che Parma rivendica dai Palazzi Reali  In: “Aurea Parma. Rivista di Lettere – Arte – Scienze”, anno IV, fasc. 1, gennaio – febbraio 1920, pp. 18 e sgg.  e pp. 74 e sgg.

© Riproduzione riservata

You must be logged in to post a comment